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	<title>Il non-blog di Mario Pascucci &#187; insider</title>
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	<description>Sto lavorando sodo per preparare il mio prossimo errore (B. Brecht)</description>
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		<title>La vita comoda dell&#8217;insider</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Apr 2009 11:36:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mario Pascucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Computer Forensics]]></category>
		<category><![CDATA[Information security]]></category>
		<category><![CDATA[Pensieri sparsi]]></category>
		<category><![CDATA[insider]]></category>
		<category><![CDATA[policy]]></category>
		<category><![CDATA[sicurezza dell'informazione]]></category>

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		<description><![CDATA[Il nemico in casa L&#8217;insider, ossia quello che attacca da dentro, che colpisce alle spalle. La traduzione è &#8220;addetto ai lavori&#8221;, quindi è uno che sa come funzionano i processi aziendali su cui va a fare danni. Quello che i manager ignorano è che spesso l&#8217;insider conosce i processi e le relazioni non scritte, quelle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h4>Il nemico in casa</h4>
<p>L&#8217;insider, ossia quello che attacca da dentro, che colpisce alle spalle. La traduzione è &#8220;addetto ai lavori&#8221;, quindi è uno che sa come funzionano i processi aziendali su cui va a fare danni. Quello che i manager ignorano è che spesso l&#8217;insider conosce i processi e le relazioni non scritte, quelle che non compaiono nei documenti corposi di analisi prodotti dal solito consulente per la sicurezza e la privacy. </p>
<p>Per carità, nessuna critica ai consulenti, è anche il mio lavoro, per cui sarebbe un autogol. </p>
<p>La realtà è che spesso le aziende non conoscono le proprie interiora, il proprio corpo. Non sanno che il signore che da anni lavora in quella stanzetta al terzo piano è quello che sa perfettamente come funziona e chi contattare per fare quella cosa specifica, che nella mappatura dei processi aziendali magari non compare neanche, perché è inglobata in una casella con un nome (naturalmente in inglese &#8220;burocratico&#8221;), che in realtà dice poco su quanto sia importante il lavoro svolto. </p>
<p>La dimensione dell&#8217;azienda conta, e conta molto. Più è grande, e più è fisiologico che succeda. D&#8217;altra parte il management cambia in fretta, difficilmente regge più di cinque anni, mentre il signore nella stanzetta sta lì magari da venti e più. Il manager ha poco tempo, ha un compito preciso, spesso ingrato, e non può umanamente conoscere tutti. </p>
<p>Ed il signore nella stanzetta passa pian piano nel dimenticatoio, fino a quando non salta fuori che la stanza serve a qualcun altro. O il collega più giovane e &#8220;rampante&#8221; ottiene la promozione, passando avanti al signore. Ecco creato un altro insider. </p>
<h4>Alla faccia della risk analysis</h4>
<p>Lo so, ho semplificato, le ragioni sono molto più complesse, e qualsiasi semplificazione o schematizzazione è pericolosissima, perché ogni caso va trattato a parte, come ogni persona è differente dalle altre. Fare altrimenti costituisce un errore di valutazione, che non può essere che fatale. </p>
<p>I documenti di analisi dei rischi, e delle relative contromisure, sono corposi, ben organizzati, dettagliati, ma purtroppo non possono scendere al livello di dettaglio a cui lavora l&#8217;insider. </p>
<p>A che ora l&#8217;impiegato che consegna la posta interna passa a ritirare le lettere, dove vengono depositate in attesa di spedizione, a che ora l&#8217;impiegata del personale stila il foglio delle assenze, le sue abitudini dell&#8217;ora del caffè, sono cose che spesso l&#8217;insider conosce da tempo, come da tempo sa quale sia il punto debole nella catena, non perché &#8220;pensi nero&#8221;, ma semplicemente sono informazioni trasformate in abitudini.</p>
<p>Senza parlare poi di quando l&#8217;organizzazione aziendale è carente dal punto di vista della assunzione di responsabilità. L&#8217;informatica ha molto successo in alcuni ambiti, soprattutto perché consente di scaricare la responsabilità sullo strumento. O almeno così credono molti manager. Mettiamo quel sistema di autenticazione sicuro con la smart card, con le impronte retiniche, con l&#8217;ultimo grido tecnologico, e siamo al sicuro da tutto. </p>
<p>E&#8217; la stessa credulità che qualche volta deridiamo in chi va dal mago. Non esistono strumenti magici, anche se vengono venduti per tali. E&#8217; e sarà sempre il contesto e l&#8217;essere umano a fare la differenza. </p>
<p>Di cosa parlo? Esistono i tesserini per le presenze, no? &#8220;Strusci&#8221; il tesserino e attesti la tua presenza in azienda. Naturalmente nessuno si sogna di crearne delle copie, prestarlo al collega, lascialo incustodito sulla scrivania. Certo che no. </p>
<p>Infatti la comparsa dei tesserini per le presenze ha debellato la piaga dell&#8217;assenteismo. Lo sappiamo tutti. Naturalmente, questo si accompagna al metodo &#8220;punire tutti per non educare nessuno&#8221;. Tradotto: anche quando, per un caso più che per intenzione, si individui il colpevole di una violazione o di un comportamento negligente, si preferisce lanciare in aria una manciata di sassolini, che danno fastidio a tutti ma in fondo non danneggiano nessuno, piuttosto che tirare un &#8220;sanpietrino&#8221; al colpevole, perché implicherebbe un coinvolgimento personale e l&#8217;assunzione di responsabilità da parte del manager.</p>
<p>Ecco. L&#8217;esempio calza a pennello.</p>
<p>Sistemi di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Single_sign-on">Single Sign-On</a>, log centralizzati e certificati, postazioni dotate di smartcard, crittografia forte, tutto quello che vi viene in mente e che trovate nelle raccomandazioni di chi stila le analisi di sicurezza. Metteteci proprio tutto.<br />
Poi aggiungete il fattore umano: emozioni, situazioni, eventi, relazioni, pensieri, convinzioni, pregiudizi. </p>
<p>Il risultato non tarda ad arrivare. Ogni precauzione, per quanto intelligente e studiata, ha la sua nemesi. Autenticazione con smart card assolutamente sicura? L&#8217;impiegato la lascia inserita nel lettore e va alla toilette, lasciando la porta aperta. Oppure la dimentica a casa, e le prossime volte, per paura di scordarla di nuovo, la lascia inserita nel lettore.<br />
Password sottoposte ad un rigido protocollo (del tipo: scadenza ogni tre mesi, lettere numeri e simboli, niente termini a dizionario, differente dalle ultime 4 utilizzate)? Il foglietto attaccato sul fondo del cassetto (o sotto la tastiera, o sotto il portapenne) con le <strong>sei</strong> password da usare a rotazione risolve il problema di doverle tenere a memoria e inventarne una nuova quattro volte l&#8217;anno. </p>
<p>La fantasia è l&#8217;unico limite, e quando si tratta di <em>fare meno fatica</em> la fantasia abbonda. </p>
<p>Poi arriva l&#8217;incidente di sicurezza. Quello serio. Che non è il virus devastante, non è l&#8217;hacker &#8220;black&#8221; di turno. No, molto meno. Qualcuno ha, a scelta:</p>
<ul>
<li>Cancellato dei file</li>
<li>Modificato dei file</li>
<li>Copiato dei file</li>
<li>Svuotato un database</li>
<li>Modificato un database</li>
<li>Copiato un intero database</li>
<li>&#8230; e via di seguito&#8230;</li>
</ul>
<p>Parte il panico. I manager tuonano, i responsabili tremano, gli amministratori di rete e dei server sono chiamati a casa, di solito nel fine settimana, per rimettere a posto i disastri, i computer sono spenti, tolti dalla &#8220;scena del crimine&#8221; e riaccesi per fare un backup, gli impiegati interrogati, i log studiati.<br />
Il risultato? La magia tecnologica si rivela insufficiente: </p>
<ul>
<li>i log non dicono nulla di utile, a parte quello che si sapeva già, ossia postazioni rimaste accese per giorni con un account utente <em>loggato</em>, amministratori che entrano ed escono dalle postazioni &#8220;violate&#8221;, generando rumore e cancellando molto probabilmente dati preziosi</li>
<li>le postazioni sono state manipolate in più occasioni e da più persone, alterando tracce e cancellando indizi importanti</li>
<li>gli operatori ammettono candidamente di fare uso promiscuo di account e credenziali &#8220;perché se il collega è in ferie non posso lavorare senza i suoi file&#8221; (i file server, questi sconosciuti)</li>
<li>Sempre sulle postazioni si trova di tutto: software installato senza licenza, configurazione di sicurezza lasciata sulle impostazioni di default, quindi inesistente, dati estranei all&#8217;impiego ufficiale della postazione, per usare un eufemismo</li>
</ul>
<p>Poi si passa al lato organizzativo, e lì si assiste alla sconfitta completa anche del semplice buonsenso. Operatori non formati ed informati sui propri diritti e doveri, amministratori che operano senza linee guida, e quando queste ci sono c&#8217;è sempre un buon motivo per fare eccezioni, naturalmente vanificandone l&#8217;efficacia. Ed è quasi impossibile far capire al responsabile di turno che lo strumento, pur sofisticato, senza indicazioni d&#8217;uso e regole precise è inutile, quando non dannoso per la mal riposta fiducia nella magia tecnologica.</p>
<p>Alla fin fine questo noi lo sappiamo già. Quello in cui veniamo sconfitti ogni giorno è nel far capire che lo strumento non è la soluzione. Ma anche questo lo sappiamo già. Solo che non riusciamo a trasmetterlo, e chi ha la possibilità di comunicare in maniera efficace e massiva spreca l&#8217;occasione mostrando situazioni e soluzioni che in una finzione sono perfette, ma nella realtà sono inesistenti.<br />
Basti pensare agli innumerevoli telefilm e film che presentano il lavoro di investigazione sui computer come una sorta di panacea che risulta essere anche la nemesi di tutti i cattivi, mostrando con coloratissime animazioni in pseudo-computergrafica come in pochi passaggi si ricostruisca il volto di una persona da un fotogramma preso da una telecamera di sorveglianza in cui la persona è inquadrata a figura intera. Peccato che bastino alcuni semplici calcoli per mostrare come sia impossibile, indipendentemente dalla tecnologia impiegata. O che da un messaggio di posta elettronica si possa risalire all&#8217;effettiva identità di chi lo ha inviato, cosa che anche l&#8217;informatico più sprovveduto sa essere impossibile, e sicuramente non utilizzabile come &#8220;prova&#8221;, perché anche risalendo all&#8217;indirizzo IP del mittente, e da questo all&#8217;intestazione dell&#8217;abbonamento a Internet, <strong>non ci sono prove per dimostrare che era proprio lui al computer in quel momento</strong>, certo non esaminando il computer e basta. Ed ecco perché nei casi noti della cronaca i periti nominati dai tribunali possono dimostrare ben poco. Ma questo siamo in pochi a capirlo.</p>
<p>Per tutti gli altri, basta usare un sistema biometrico e si risolve il tutto.</p>
<h4>Riferimenti ed altre letture</h4>
<ul>
<li>Bruce Schneier &#8211; <a href="http://www.schneier.com/essay-019.html">Biometrics: Uses and Abuses</a> &#8211; un articolo del noto esperto ricercatore di sicurezza che parla dei limiti e delle trappole concettuali della biometria.</li>
<li>Bruce Schneier &#8211; <a href="http://www.schneier.com/essay-259.html">Thwarting an Internal Hacker</a> &#8211; Pensieri e considerazioni su un caso reale di insider scoperto prima che potesse fare danni</li>
<li>Roger Clarke &#8211; <a href="http://www.rogerclarke.com/DV/AusCERT0405.html">Biometric Insecurity</a> &#8211; alcune presentazioni in PowerPoint che mostrano le ragioni che stanno alla base dell&#8217;errato uso della biometria</li>
<li>Un <a href="http://www.vnunet.com/vnunet/news/2147491/hackers-play-doh-fool">ricercatore universitario inganna nove volte su dieci un lettore di impronte digitali</a> usando una pasta per modellare</li>
<li>Duc Nguyen &#8211; <a href="http://www.blackhat.com/html/bh-dc-09/bh-dc-09-archives.html">Your Face Is NOT Your Password</a> &#8211; uno scritto presentato alla conferenza Black Hat DC 2009 che mostra come ingannare i sistemi di riconoscimento facciale introdotti da alcuni produttori nei notebook</li>
<li><a href="http://books.slashdot.org/article.pl?sid=08/06/13/1333224">Un articoletto sulle regole di sicurezza</a> (le famigerate security policy).</li>
</ul>
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