Anche quest’anno si è tenuto a Bologna, presso l’università, l’evento denominato IISFA Forum. Tre giorni intensi e frenetici, che hanno lasciato in me un segno indelebile. Posso dire senza timore di esagerare di star ancora elaborando ricordi, sensazioni e discorsi.
Il primo giorno è stato interamente dedicato alla presentazione di software ed hardware di supporto alla computer forensic, con particolare attenzione alla mobile forensic (quella dei cellulari, per capirci). Tutti molto disponibili i rappresentanti delle ditte intervenute. Nonostante qualche intoppo, dovuto soltanto alla densità elevatissima di cose interessanti, ho trovato estremamente utile la panoramica che ne ho ricavato, sia dal punto di vista di cosa offre il mercato, sia per quello che nelle brochures non c’è scritto.
Il giorno successivo è stato dedicato invece alla gara denominata “CyberCop”, in parallelo ai seminari, che purtroppo non ho potuto seguire, dato che ho partecipato con la mia squadra, composta quasi all’ultimo momento, e peraltro ci siamo conosciuti sul posto, visto che una metà non conosceva l’altra metà. Ma l’affiatamento è stato immediato, e ci siamo battuti con tenacia fino alla fine, anche se ha vinto la squadra con più esperienza, come era anche atteso che fosse.
L’intreccio informatico-giuridico era degno dei più intricati casi mai scritti dai migliori giallisti, con un criminale virtuale che dimostrava una grande competenza sia in campo informatico che nelle tecniche e metodi di indagine delle Forze dell’Ordine.
Alla fine siamo riusciti a mettergli le mani addosso, in senso virtuale, ma il tempo per risolvere l’enigma è scaduto senza che riuscissimo a dimostrare, con prove in grado di reggere un processo, che il criminale fosse proprio quello.
L’ultimo giorno si è svolta la simulazione del dibattimento in aula, con tanto di Pubblico Ministero, Difensore e Giudice, e non si sono fatti mancare nulla: prove non ammesse, eccezioni del difensore, imbarazzo del Pubblico Ministero e colpo di scena finale. Insomma, una sceneggiatura perfetta per una puntata di Law&Order.
Se da un lato mi viene da dire “Pazienza, andrà meglio la prossima volta”, dall’altra devo ammettere di aver “rosicato” un poco, lo confesso. Ero convinto di aver inquadrato perfettamente il modus operandi del criminale virtuale, ma i fatti mi hanno dato torto, e sulle prime ci sono rimasto parecchio male.
Poi, dopo qualche giorno, a mente fredda, mentre scrivevo un qualcosa legato alla sfida (e che per ora non posso dire), ho capito parecchie cose su come sono andati i fatti.
Riassumendo brevemente, a parte quello che mi ripeto spesso, ossia che c’è veramente tanto da imparare, forse troppo, il problema è stato proprio l’essere convinto di aver inquadrato la situazione. Due parole: presunzione e pregiudizio.
Il presumere di aver compreso tutto di una situazione, quando se ne ha un punto di vista ristretto e limitato, porta a sottovalutare la realtà e sopravvalutare l’immagine che ce ne siamo fatta. arrivando a scartare elementi che ad un osservatore esterno e non coinvolto appaiono palesi. Per fare un esempio: in una certa fase vi era un file ZIP protetto da password. Ero talmente convinto che il criminale virtuale fosse troppo furbo per usare una password debole, che non ci ho neanche provato a fare un attacco a dizionario. Invece la password era banale, di quattro lettere e senso compiuto, in un attacco a dizionario l’avrei trovata in pochi secondi.
Il pregiudizio di avere di fronte qualcuno “che ci capisce”, ma non così tanto, visto che usa software comuni e strategie note, mi ha fatto di nuovo sottovalutare la situazione. Ho subito associato al criminale virtuale la figura di quello che conosce tutti i programmini del mondo, ma in fondo non sa come funzionano e soprattutto perché. Un esempio: il criminale virtuale aveva un campionario estesissimo di software per crittografia e steganografia, e c’era una immagine che risultava differente da una copia presente in Rete. Le ho provate tutte: analisi del contrasto, mappatura, confronto per sottrazione, istogrammi RGB, ma ho mancato la prova più ovvia: l’immagine conteneva dati nascosti da steganografia, appunto.
Errori banali, dettati appunto da presunzione e pregiudizio. Le mie convinzioni personali mi hanno impedito di accettare ed accertare i fatti come erano. Era un gioco, ma se fosse stata una indagine reale il danno sarebbe stato tutt’altro che trascurabile.
Sul treno del ritorno, con il mio amico Lorenzo, stavamo ricapitolando gli errori e le sviste commesse, ripetendoci ad ogni passo: “Manco le basi!“.
Oltre questo, la lezione ha avuto per me un valore incalcolabile, a parte la constatazione di avere ancora molto da imparare: si può essere buoni tecnici, ma fare l’investigatore è tutto un altro paio di maniche.
Per il resto, ho ancora parecchio materiale da elaborare, contatti da perfezionare e qualche nuovo amico, che male non fa.
Conto di partecipare anche l’anno prossimo, ma così faranno le altre squadre, e la battaglia sarà dura. Ma il divertimento sarà maggiore, ne sono certo.


