Archivio per la categoria Computer Forensics

IISFA CyberCop 2009: il racconto

Come avevo accennato a suo tempo, stavo scrivendo qualcosa di cui non potevo parlare: un racconto poliziesco basato sulla trama del CyberCop 2009 di IISFA. Non sapevo se sarebbe stato abbastanza decente da venir pubblicato (non sono uno scrittore di professione, tanto meno di genere poliziesco), e soprattutto non sapevo quando.

Ebbene, se siete curiosi di conoscere il caso, naturalmente totalmente inventato, su cui era basato il CyberCop 2009 organizzato da IISFA, basta andare sul sito dell’associazione e scaricare la newsletter numero 2, è gratuita e di libera distribuzione.

Il mio racconto parte dalla prima pagina e si chiama “Detective Morgan”, dal nome di uno dei componenti della squadra di cui facevo parte, che è appunto un Sovrintendente di Polizia. Sono una dozzina di pagine.

Buona lettura.

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Tre mesi di phishing

Di solito tendo ad ignorare lo spam, fra cui i messaggi di phishing abbondano. Sarà che da un tre anni ormai, offrendo la mia competenza a chi ha un sito web violato, ne ho viste talmente tante da aver acquisito una sorta di “occhio clinico”, il fatto è che negli ultimi mesi non riesco più a fare “Seleziona tutti” seguito da “Elimina definitivamente” nella cartella dello spam, senza prima dare una scorsa ai messaggi insoliti.
Immediata, o quasi, è arrivata l’idea di dare più di una semplice occhiata ai messaggi di phishing.
I risultati sono per me in parte attesi, nel senso che in molti dei miei interventi ho indicato come possibile scopo per violare un blog o un sito l’ospitarci un sito di phishing. Intendiamoci, non sono “mie scoperte di sicurezza informatica”: sono in molti ad indicarlo, ben più autorevoli di quanto io possa mai diventare.
Vista la disponibilità di alcuni account di posta elettronica, e di un po’ di tempo durante i viaggi da pendolare, ho raccolto e studiato per tre mesi i messaggi di phishing che mi arrivavano. Qui presento alcuni risultati, se poi l’argomento riscuote un minimo di interesse, posso espandere aggiungendo dettagli.

La procedura di analisi

Non potendo accedere direttamente al contenuto originale dei siti, che permetterebbe una analisi puntuale ed accurata, quanto riportato è frutto di controlli e verifiche fatte dall’esterno, con strumenti assolutamente innocui: un browser, un editor di testo per programmatori, le utility whois, dig, host per ottenere informazioni pubbliche su IP e registro dei nomi DNS. Eppure, anche con così poche informazioni è possibile imparare molto sul phishing.

All’arrivo di ogni messaggio di posta elettronica palesemente di phishing, se ne salva una copia del “sorgente”, con tutte le intestazioni e le parti normalmente non visibili all’utente normale. Segue poi una visita sul sito di phishing, con prelievo di uno screenshot e del codice html della pagina così come emessa dal server. Se il sito è in hosting, il prelievo dei campioni finisce qui, altrimenti si tenta di arrivare al sito originale, catturando anche qui uno screenshot e l’html della pagina così come emesso dal server. In qualche caso è stato possibile visitare le directory intermedie fra il sito principale e il sito di phishing, acquisendo informazioni preziose su come e dove è avvenuto l’insediamento. In qualche caso è stato possibile mettere le mani sul sorgente originale del sito di phishing, lasciato in una directory intermedia da chi lo ha installato, di solito sotto forma di file ZIP o RAR.

Il materiale è poi analizzato e classificato per quanto possibile, ricavandone informazioni che ritengo interessanti. Ma basta con le chiacchiere, andiamo al sodo.

Quanti? Quali?

In tre mesi i messaggi ricevuti ed esaminati sono stati 73, non moltissimi, ma certamente sufficienti per costituire un campione con qualche significato statistico. Iniziamo con la distribuzione dei “bersagli”, ossia gli istituti di credito e servizi online presi di mira.

Distribuzione dei tentativi di phishing verso Istituti di credito e servizi online

Distribuzione dei tentativi di phishing verso Istituti di credito e servizi online

I più bersagliati sono i clienti di Poste Italiane e di Intesa S. Paolo, seguiti da quelli di Cartasì, ma non mancano i soliti eBay e PayPal. In tutti i casi esaminati i siti di phishing sono praticamente indistinguibili dall’originale, se non per qualche dettaglio, di cui ci si accorge solo possedendo adeguate conoscenze: ad esempio i link sono tutti uguali, ossia conducono tutti alla pagina per inserire i dati, oppure vi sono piccoli difetti nella presentazione della pagina, poco evidenti.

Le cose naturalmente cambiano quando si va ad esaminare il codice html emesso dai siti di phishing. Tipicamente sono copie dei siti originali, prese con note utility, di cui spesso non viene neanche rimosso il marchio dai file, eccone un esempio:

<!-- Mirrored from www.monetaonline.it/layout/03069/pop/dispores_card_01.asp by HTTrack Website Copier/3.x [XR&CO'2008], Mon, 13 Apr 2009 23:59:09 GMT -->

In qualche caso il sito usa solo pagine html, le immagini vengono prelevate dal sito originale, diminuendo la dimensione necessaria ad ospitare il codice per mostrare ed eseguire la raccolta di dati.
Il metodo di raccolta dati preferito è l’e-mail, ossia al momento in cui il cliente vittima del phishing inserisce i suoi dati e preme il pulsante di conferma, vengono inviati per e-mail all’autore del phishing, in vari modi: se il sito è in PHP, viene usata la funzione mail(), in altri casi viene sfruttato un form di invio posta di un altro sito, legale, che però permette di inviare messaggi a chiunque semplicemente chiamandolo con i giusti parametri (vedere ad esempio questi due avvisi di sicurezza di Secunia). In qualche caso gli indirizzi di posta di destinazione sono in chiaro e perfettamente leggibili dalle pagine HTML del sito di phishing.

Veniamo ora alla questione di dove vengano ospitati i siti di phishing. Ebbene, come avevo premesso, per me non è una sorpresa, ma il grafico parla chiaro.

Dove vengono ospitati i siti di phishing?

Dove vengono ospitati i siti di phishing?

Circa un terzo è ospitato in normali servizi di hosting, spesso gratuito, con dei trucchi per ritardare il rilevamento e la cancellazione del sito, come ad esempio l’uso di directory profonde per ospitare il sito di phishing, invece della home page, lasciata a quella di default, e l’uso di servizi di abbreviazione degli URL (come Tinyurl o Snipurl). Uno dei sistemi utilizzati è quello di registrare il nome del sito da un fornitore e prendere lo spazio di hosting da un altro, in entrambi i casi usando dati di identità falsi e differenti.

Oltre due terzi dei siti di phishing sono inseriti in siti web violati. In quasi un quarto dei casi i siti violati coinvolti sono due, differenti: il primo è quello di cui compare l’URL nella e-mail di phishing: una volta chiamato, il codice nascosto nel sito opera un semplice redirect con vari metodi al secondo sito violato, contenente il sito di phishing vero e proprio.

Per quanto riguarda il tipo di web application colpita nei siti violati, in gran parte dei casi non è stato possibile determinare se l’applicazione è preconfezionata, ad esempio un software open source o commerciale, o se è stato sviluppato ad hoc. Quello che appare da alcuni indizi è che in buona parte dei casi si tratta di applicazioni costruite a partire da una open source, cancellando ogni riferimento alla web application originale. Il problema è che molto probabilmente la base di partenza è una versione che a distanza di uno o due anni è obsoleta e verosimilmente vulnerabile a diversi tipi di attacchi, di conseguenza lo diventa anche l’applicazione da essa derivata, con ovvie conseguenze. Dato che chi cerca siti vulnerabili opera un fingerprinting della web application, l’operazione di nascondere, eliminare o modificare il contenuto dei messaggi di copyright dell’applicazione non sposta di un millimetro il problema. Anzi, proprio perché l’applicazione è modificata pesantemente è impossibile operare un aggiornamento in tempi rapidi, o spesso per motivi contrattuali non è proprio previsto, per cui il sito diventa e rimane vulnerabile a lungo.

Altre volte è proprio l’applicazione sviluppata a mostrare chiaramente problemi. In un caso, un sito che pubblicizzava “enlargement sessuali” (uno dei preferiti da chi fa spam), era costruito con una semplice web application in ASP, che non controllava per nulla i parametri di tipo URL-encoded che usava per mostrare i vari sottomenu. Inserendo una lettera al posto del numero in uno di essi appariva nel codice emesso un errore caratteristico delle applicazioni vulnerabili ad attacchi di tipo SQL-Injection. Eccone un esempio con uno dei parametri modificati appositamente:

<p>Microsoft JET Database Engine</font> <font face="Arial" size=2>error '80040e14'</font>
<p>
<font face="Arial" size=2>Syntax error (missing operator) in query expression 'nMenuNumb = cLNG(''0 or 1=1;'')'.</font>
<p>
<font face="Arial" size=2>/source/view_data.asp</font><font face="Arial" size=2>, line 38</font> 

Quando invece è stato possibile determinare con certezza l’applicazione colpita, i nomi che escono sono in un certo senso attesi.

Numero di siti violati e siti di phishing ospitati per tipo di web application

Numero di siti violati e siti di phishing ospitati per tipo di web application

Sei siti con Mambo, uno con Wordpress, due con Joomla, tre con phpBB, quattro con applicazioni commerciali, di cui ho trovato i rispettivi avvisi per vulnerabilità piuttosto gravi. Non sembrano molti, ma tenendo conto che chi li ha violati li sta sfruttando a fondo, il danno è rilevante: sia in quello Wordpress che in uno di quelli con phpBB vi sono nascosti tre differenti siti di phishing e quelli con Mambo presentano anche i segni di altre intrusioni, volte a diffondere malware.

Dei 49 siti violati, solo 8 appartengono a privati, ossia sono personali o amatoriali. La parte del leone la fanno i siti delle società, seguiti a distanza dai siti istituzionali.

I siti delle società sono i più gettonati.

I siti delle società sono i più gettonati.

I siti di cui non è stato possibile determinare la categoria erano o sotto forma di puro indirizzo IP, oppure erano vuoti o quasi, al momento del phishing, forse abbandonati dai proprietari, o forse sorpresi a metà di una ristrutturazione, quindi non c’era indicazione della reale appartenenza del sito. Anche ricerche nella cache di Google hanno dato esito negativo, segno che i siti stessi erano da tempo in quella condizione.

Altro fronte di analisi è quello dei presunti autori dei tentativi di phishing. E’ ovviamente impossibile determinare con sicurezza se l’autore è lo stesso per due siti, ma quello che si può dire è che i siti confezionati per il phishing possiedono in qualche caso delle caratteristiche che li accomunano, ma a parte alcune eccezioni notevoli, i responsabili potrebbero essere differenti.

La sorpresa viene da uno dei siti di phishing impiantato nel sito con Joomla: il “wannabe” Grande Hacker ha lasciato in bella vista il file zip con il kit di phishing in una delle directory. Chissà se il Grande Hacker si è accorto che un Più Grande Hacker lo ha fatto fesso? Il kit di phishing è uno di quelli con la sorpresa, con un secondo indirizzo email offuscato e nascosto nel codice PHP.

Conclusioni

Per ora chiudo qui. Dovrebbe essere evidente il pericolo ed il rischio di avere un sito con una applicazione obsoleta, vulnerabile notoriamente a vari tipi di attacchi, come pure dovrebbe essere chiaro che anche un sito web sviluppato appositamente, se non è pensato in origine per resistere a vari tipi di attacchi, tutti arcinoti e ampiamente documentati, diventa una porta di ingresso per tutta la pletora di mentecatti in giro per la Rete. Il fatto che non sia disponibile il sorgente dell’applicazione non rende affatto più difficile il lavoro di chi ha intenzione di violare il sito per farci i suoi comodi.

Ed ancora, chi ha un sito violato non si aspetti di vedere segnali particolari o sentir squillare una sirena: le intrusioni sono estremamente silenziose, poco evidenti e ben tollerate da tutti i siti e applicazioni. Difficilmente sul sito si vedrà un defacement, o almeno non contemporaneamente all’apparire del sito di phishing. Potrebbe invece succedere che prima ci sia il sito di phishing, e solo dopo che abbia fatto i propri comodi l’autore del phishing abbandoni il sito al suo destino, dopo aver lasciato porte scardinate e finestre sfondate. A quel punto il defacement sarebbe il minore dei problemi.

Riferimenti

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Giuristi Telematici a Pescara per l’Abruzzo: IV parte

Sabato mattina sarebbe toccato a noi, per il laboratorio del recupero della memoria. Eravamo presenti in tre, io, Lorenzo Dina e Litiano Piccin, con tre trolley, due zaini e tre cartoni di materiale tecnico ed informatico in previsione del lavoro di recupero.

Totale recuperi effettuati: 0. Zero. ZERO.

I motivi? Non è questa la sede per parlarne, ma in sostanza si possono riassumere molto brevemente con: nessuno ne sapeva nulla.

Non ci siamo persi d’animo, naturalmente. In poco tempo l’aula, piuttosto piccola, era piena di studenti estremamente interessati, a cui si sono aggregati alcuni avvocati, qualche tecnico e qualche rappresentante delle forze di polizia. Abbiamo parlato a braccio di computer forensic, tecniche, strumenti, tecnologie, aspetti legali, con la completa partecipazione di tutti i presenti. Le domande sono state tantissime, a testimoniare l’interesse per l’argomento. Di immenso valore poi le esperienze “sul campo” raccontate da Lorenzo e da Litiano, con estrema semplicità e una vena di umorismo, soprattutto quando narravano le disavventure con qualche aggeggio dotato di “feature” non documentate, purtroppo non infrequenti.

Giunta l’ora di chiudere eravamo ancora circondati da persone che facevano domande, anche mentre liberavamo l’aula dai nostri bagagli.

Potevamo risparmiarci di portare i vari chili di attrezzature, ma, come si sa, il senno di poi è una scienza esatta, solo che rimane fine a sé stessa.

In ogni caso, per quanto mi riguarda, ne è valsa la pena, per molte ragioni. Ho finalmente potuto conoscere un po’ meglio Litiano, che è una persona speciale.

In ogni caso, il recupero della memoria per l’Abruzzo è ancora un discorso aperto: si sta lavorando in tal senso. Appena ho notizie più precise sarà mia cura pubblicarle.

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Giuristi Telematici a Pescara per l’Abruzzo: III parte

Al termine della prima giornata, come spesso accade in questi convegni, è arrivata la parte migliore: oltre due ore di discussione molto stimolante sulla prova digitale, sull’attendibilità, sulla necessità di regole chiare e condivise per far sì che diventi sempre più normale l’uso delle evidenze digitali, non solo in procedimenti giudiziari riguardanti reati puramente informatici.

Si è scatenato un dibattito, a volte con toni anche accesi, ma che ha visto partecipare tutti: tecnici, giuristi, rappresentanti delle forze di polizia, avvocati difensori e magistrati. Le posizioni sono state esposte sempre con grande chiarezza, tanto che anche io che non sono “del mestiere” alla fine mi ero appassionato e non mi sono perso una battuta.

Da più parti è stata invocata l’adozione di un linguaggio comune fra informatici e “non tecnici”, per fare in modo che anche per chi non è informatico, possa comprendere tutte le complesse sfaccettature e sfumature delle infinite situazioni e casistiche che ogni giorno incontriamo nel nostro lavoro di tecnici. E’ importante che questo si realizzi per evitare il ripetersi di situazioni al limite del grottesco, per chi non è coinvolto, ma drammatiche per chi suo malgrado vi si trova invischiato.

Dopo la conferenza, la sera, le discussioni sono continuate, spesso davanti ad un bicchiere. Sul litorale di Pescara, dove erano alloggiati la maggioranza dei partecipanti, era facile trovare, seduti intorno allo stesso tavolo, gruppi di partecipanti al convegno che continuavano a parlare e confrontarsi su questi delicati argomenti.

Le tre del mattino sono arrivate senza che ce ne accorgessimo, e con molti, al momento della buonanotte, c’è stata la netta sensazione di aver avviato qualcosa.

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Giuristi Telematici a Pescara per l’Abruzzo: II parte

Ora la parte relativa alla computer forensic si è spostata nell’aula Azzurra, e si parte subito con i piatti forti: mobile forensic, con la presentazione di una strategia nuova per l’acquisizione dei dispositivi mobili, ossia di fare il boot da una flash card con una applicazione specifica per poi procedere all’acquisizione dei dati, in breve una sorta di live-cd per dispositivi mobili, denominata MIAT, presentata da uno dei partecipanti alla gara Cybercop 2009, come le due seguenti, la prima delle quali sulla forensic per Android, il sistema operativo per SmartPhone di Google.

E’ stato divertente scoprire, grazie alla presentazione successiva, che il mio navigatore satellitare (di nota marca) contiene una quantità impressionante di informazioni che sarebbero utili ad indagare su chi sono e dove vado. Da oggi guarderò il mio navigatore con maggior sospetto del solito.

Il relatore successivo è un giurista, e porta alcuni ragionamenti sulla legge 48 del 2008, ossia le norme sulla prova digitale.

Alle persone che conosco e che incontro qui a Pescara, aggiungo Donato Caccavella e Davide D’Agostino.

Donato ha parlato attingendo alla sua esperienza di tecnico dei problemi che pone l’acquisizione forense dei cellulari.

Tocca poi a Stefano Zanero, ricercatore del Politecnico di Milano, che parla dell’acquisizione di pagine web da remoto e di cloud computing, con i problemi che ne conseguiranno per la computer forensic.

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Giuristi Telematici a Pescara per l’Abruzzo: I parte

Come promesso, sono a Pescara per seguire il convegno organizzato dai giuristi telematici.

L’evento si svolge su due differenti percorsi, uno orientato al privato, ospitato nell’aula Azzurra dell’Università di Pescara, ed uno orientato alla parte penale e di computer forensic, ospitato nell’aula Rossa. Al momento l’aula Rossa, grande un terzo dell’aula Azzurra, è praticamente piena, mentre l’altra è molto meno frequentata.

Il nostro interesse, mio e del mio amico Lorenzo, è per la parte di computer forensic, ovviamente. Se le condizioni me lo permettono cercherò di scrivere qualcosa sul procedere degli interventi e degli argomenti, e forse anche qualche foto.

Per intanto, da quello che ho visto e sentito fin qui, è ormai un fatto accettato che le prove informatiche debbano essere considerate alla stessa stregua delle prove fisiche, con la stessa efficacia e dignità di qualsiasi altra “evidenza”. E che questo pone una intera categoria di problemi: di interpretazione, di procedure, di eccezioni e, non ultimo, di carenze legislative, con il tentativo di applicare le regole degli usuali accertamenti tecnici estendendo il senso e l’applicabilità delle norme esistenti, che, a quanto sento dai relatori, crea più problemi di quanti ne risolve.

Di quelli che conosco personalmente ho incontrato fino ad ora: Stefano Aterno, Francesco Paolo Micozzi, Gerardo Costabile, Mario Ianulardo, Giovanni Battista Gallus.

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IISFA Forum & CyberCop 2009: una esperienza da ripetere!

Anche quest’anno si è tenuto a Bologna, presso l’università, l’evento denominato IISFA Forum. Tre giorni intensi e frenetici, che hanno lasciato in me un segno indelebile. Posso dire senza timore di esagerare di star ancora elaborando ricordi, sensazioni e discorsi.

Il primo giorno è stato interamente dedicato alla presentazione di software ed hardware di supporto alla computer forensic, con particolare attenzione alla mobile forensic (quella dei cellulari, per capirci). Tutti molto disponibili i rappresentanti delle ditte intervenute. Nonostante qualche intoppo, dovuto soltanto alla densità elevatissima di cose interessanti, ho trovato estremamente utile la panoramica che ne ho ricavato, sia dal punto di vista di cosa offre il mercato, sia per quello che nelle brochures non c’è scritto.

Il giorno successivo è stato dedicato invece alla gara denominata “CyberCop”, in parallelo ai seminari, che purtroppo non ho potuto seguire, dato che ho partecipato con la mia squadra, composta quasi all’ultimo momento, e peraltro ci siamo conosciuti sul posto, visto che una metà non conosceva l’altra metà. Ma l’affiatamento è stato immediato, e ci siamo battuti con tenacia fino alla fine, anche se ha vinto la squadra con più esperienza, come era anche atteso che fosse.
L’intreccio informatico-giuridico era degno dei più intricati casi mai scritti dai migliori giallisti, con un criminale virtuale che dimostrava una grande competenza sia in campo informatico che nelle tecniche e metodi di indagine delle Forze dell’Ordine.
Alla fine siamo riusciti a mettergli le mani addosso, in senso virtuale, ma il tempo per risolvere l’enigma è scaduto senza che riuscissimo a dimostrare, con prove in grado di reggere un processo, che il criminale fosse proprio quello.

L’ultimo giorno si è svolta la simulazione del dibattimento in aula, con tanto di Pubblico Ministero, Difensore e Giudice, e non si sono fatti mancare nulla: prove non ammesse, eccezioni del difensore, imbarazzo del Pubblico Ministero e colpo di scena finale. Insomma, una sceneggiatura perfetta per una puntata di Law&Order.

Se da un lato mi viene da dire “Pazienza, andrà meglio la prossima volta”, dall’altra devo ammettere di aver “rosicato” un poco, lo confesso. Ero convinto di aver inquadrato perfettamente il modus operandi del criminale virtuale, ma i fatti mi hanno dato torto, e sulle prime ci sono rimasto parecchio male.
Poi, dopo qualche giorno, a mente fredda, mentre scrivevo un qualcosa legato alla sfida (e che per ora non posso dire), ho capito parecchie cose su come sono andati i fatti.

Riassumendo brevemente, a parte quello che mi ripeto spesso, ossia che c’è veramente tanto da imparare, forse troppo, il problema è stato proprio l’essere convinto di aver inquadrato la situazione. Due parole: presunzione e pregiudizio.

Il presumere di aver compreso tutto di una situazione, quando se ne ha un punto di vista ristretto e limitato, porta a sottovalutare la realtà e sopravvalutare l’immagine che ce ne siamo fatta. arrivando a scartare elementi che ad un osservatore esterno e non coinvolto appaiono palesi. Per fare un esempio: in una certa fase vi era un file ZIP protetto da password. Ero talmente convinto che il criminale virtuale fosse troppo furbo per usare una password debole, che non ci ho neanche provato a fare un attacco a dizionario. Invece la password era banale, di quattro lettere e senso compiuto, in un attacco a dizionario l’avrei trovata in pochi secondi.

Il pregiudizio di avere di fronte qualcuno “che ci capisce”, ma non così tanto, visto che usa software comuni e strategie note, mi ha fatto di nuovo sottovalutare la situazione. Ho subito associato al criminale virtuale la figura di quello che conosce tutti i programmini del mondo, ma in fondo non sa come funzionano e soprattutto perché. Un esempio: il criminale virtuale aveva un campionario estesissimo di software per crittografia e steganografia, e c’era una immagine che risultava differente da una copia presente in Rete. Le ho provate tutte: analisi del contrasto, mappatura, confronto per sottrazione, istogrammi RGB, ma ho mancato la prova più ovvia: l’immagine conteneva dati nascosti da steganografia, appunto.

Errori banali, dettati appunto da presunzione e pregiudizio. Le mie convinzioni personali mi hanno impedito di accettare ed accertare i fatti come erano. Era un gioco, ma se fosse stata una indagine reale il danno sarebbe stato tutt’altro che trascurabile.

Sul treno del ritorno, con il mio amico Lorenzo, stavamo ricapitolando gli errori e le sviste commesse, ripetendoci ad ogni passo: “Manco le basi!“.

Oltre questo, la lezione ha avuto per me un valore incalcolabile, a parte la constatazione di avere ancora molto da imparare: si può essere buoni tecnici, ma fare l’investigatore è tutto un altro paio di maniche.

Per il resto, ho ancora parecchio materiale da elaborare, contatti da perfezionare e qualche nuovo amico, che male non fa.

Conto di partecipare anche l’anno prossimo, ma così faranno le altre squadre, e la battaglia sarà dura. Ma il divertimento sarà maggiore, ne sono certo.

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La vita comoda dell’insider

Il nemico in casa

L’insider, ossia quello che attacca da dentro, che colpisce alle spalle. La traduzione è “addetto ai lavori”, quindi è uno che sa come funzionano i processi aziendali su cui va a fare danni. Quello che i manager ignorano è che spesso l’insider conosce i processi e le relazioni non scritte, quelle che non compaiono nei documenti corposi di analisi prodotti dal solito consulente per la sicurezza e la privacy.

Per carità, nessuna critica ai consulenti, è anche il mio lavoro, per cui sarebbe un autogol.

La realtà è che spesso le aziende non conoscono le proprie interiora, il proprio corpo. Non sanno che il signore che da anni lavora in quella stanzetta al terzo piano è quello che sa perfettamente come funziona e chi contattare per fare quella cosa specifica, che nella mappatura dei processi aziendali magari non compare neanche, perché è inglobata in una casella con un nome (naturalmente in inglese “burocratico”), che in realtà dice poco su quanto sia importante il lavoro svolto.

La dimensione dell’azienda conta, e conta molto. Più è grande, e più è fisiologico che succeda. D’altra parte il management cambia in fretta, difficilmente regge più di cinque anni, mentre il signore nella stanzetta sta lì magari da venti e più. Il manager ha poco tempo, ha un compito preciso, spesso ingrato, e non può umanamente conoscere tutti.

Ed il signore nella stanzetta passa pian piano nel dimenticatoio, fino a quando non salta fuori che la stanza serve a qualcun altro. O il collega più giovane e “rampante” ottiene la promozione, passando avanti al signore. Ecco creato un altro insider.

Alla faccia della risk analysis

Lo so, ho semplificato, le ragioni sono molto più complesse, e qualsiasi semplificazione o schematizzazione è pericolosissima, perché ogni caso va trattato a parte, come ogni persona è differente dalle altre. Fare altrimenti costituisce un errore di valutazione, che non può essere che fatale.

I documenti di analisi dei rischi, e delle relative contromisure, sono corposi, ben organizzati, dettagliati, ma purtroppo non possono scendere al livello di dettaglio a cui lavora l’insider.

A che ora l’impiegato che consegna la posta interna passa a ritirare le lettere, dove vengono depositate in attesa di spedizione, a che ora l’impiegata del personale stila il foglio delle assenze, le sue abitudini dell’ora del caffè, sono cose che spesso l’insider conosce da tempo, come da tempo sa quale sia il punto debole nella catena, non perché “pensi nero”, ma semplicemente sono informazioni trasformate in abitudini.

Senza parlare poi di quando l’organizzazione aziendale è carente dal punto di vista della assunzione di responsabilità. L’informatica ha molto successo in alcuni ambiti, soprattutto perché consente di scaricare la responsabilità sullo strumento. O almeno così credono molti manager. Mettiamo quel sistema di autenticazione sicuro con la smart card, con le impronte retiniche, con l’ultimo grido tecnologico, e siamo al sicuro da tutto.

E’ la stessa credulità che qualche volta deridiamo in chi va dal mago. Non esistono strumenti magici, anche se vengono venduti per tali. E’ e sarà sempre il contesto e l’essere umano a fare la differenza.

Di cosa parlo? Esistono i tesserini per le presenze, no? “Strusci” il tesserino e attesti la tua presenza in azienda. Naturalmente nessuno si sogna di crearne delle copie, prestarlo al collega, lascialo incustodito sulla scrivania. Certo che no.

Infatti la comparsa dei tesserini per le presenze ha debellato la piaga dell’assenteismo. Lo sappiamo tutti. Naturalmente, questo si accompagna al metodo “punire tutti per non educare nessuno”. Tradotto: anche quando, per un caso più che per intenzione, si individui il colpevole di una violazione o di un comportamento negligente, si preferisce lanciare in aria una manciata di sassolini, che danno fastidio a tutti ma in fondo non danneggiano nessuno, piuttosto che tirare un “sanpietrino” al colpevole, perché implicherebbe un coinvolgimento personale e l’assunzione di responsabilità da parte del manager.

Ecco. L’esempio calza a pennello.

Sistemi di Single Sign-On, log centralizzati e certificati, postazioni dotate di smartcard, crittografia forte, tutto quello che vi viene in mente e che trovate nelle raccomandazioni di chi stila le analisi di sicurezza. Metteteci proprio tutto.
Poi aggiungete il fattore umano: emozioni, situazioni, eventi, relazioni, pensieri, convinzioni, pregiudizi.

Il risultato non tarda ad arrivare. Ogni precauzione, per quanto intelligente e studiata, ha la sua nemesi. Autenticazione con smart card assolutamente sicura? L’impiegato la lascia inserita nel lettore e va alla toilette, lasciando la porta aperta. Oppure la dimentica a casa, e le prossime volte, per paura di scordarla di nuovo, la lascia inserita nel lettore.
Password sottoposte ad un rigido protocollo (del tipo: scadenza ogni tre mesi, lettere numeri e simboli, niente termini a dizionario, differente dalle ultime 4 utilizzate)? Il foglietto attaccato sul fondo del cassetto (o sotto la tastiera, o sotto il portapenne) con le sei password da usare a rotazione risolve il problema di doverle tenere a memoria e inventarne una nuova quattro volte l’anno.

La fantasia è l’unico limite, e quando si tratta di fare meno fatica la fantasia abbonda.

Poi arriva l’incidente di sicurezza. Quello serio. Che non è il virus devastante, non è l’hacker “black” di turno. No, molto meno. Qualcuno ha, a scelta:

  • Cancellato dei file
  • Modificato dei file
  • Copiato dei file
  • Svuotato un database
  • Modificato un database
  • Copiato un intero database
  • … e via di seguito…

Parte il panico. I manager tuonano, i responsabili tremano, gli amministratori di rete e dei server sono chiamati a casa, di solito nel fine settimana, per rimettere a posto i disastri, i computer sono spenti, tolti dalla “scena del crimine” e riaccesi per fare un backup, gli impiegati interrogati, i log studiati.
Il risultato? La magia tecnologica si rivela insufficiente:

  • i log non dicono nulla di utile, a parte quello che si sapeva già, ossia postazioni rimaste accese per giorni con un account utente loggato, amministratori che entrano ed escono dalle postazioni “violate”, generando rumore e cancellando molto probabilmente dati preziosi
  • le postazioni sono state manipolate in più occasioni e da più persone, alterando tracce e cancellando indizi importanti
  • gli operatori ammettono candidamente di fare uso promiscuo di account e credenziali “perché se il collega è in ferie non posso lavorare senza i suoi file” (i file server, questi sconosciuti)
  • Sempre sulle postazioni si trova di tutto: software installato senza licenza, configurazione di sicurezza lasciata sulle impostazioni di default, quindi inesistente, dati estranei all’impiego ufficiale della postazione, per usare un eufemismo

Poi si passa al lato organizzativo, e lì si assiste alla sconfitta completa anche del semplice buonsenso. Operatori non formati ed informati sui propri diritti e doveri, amministratori che operano senza linee guida, e quando queste ci sono c’è sempre un buon motivo per fare eccezioni, naturalmente vanificandone l’efficacia. Ed è quasi impossibile far capire al responsabile di turno che lo strumento, pur sofisticato, senza indicazioni d’uso e regole precise è inutile, quando non dannoso per la mal riposta fiducia nella magia tecnologica.

Alla fin fine questo noi lo sappiamo già. Quello in cui veniamo sconfitti ogni giorno è nel far capire che lo strumento non è la soluzione. Ma anche questo lo sappiamo già. Solo che non riusciamo a trasmetterlo, e chi ha la possibilità di comunicare in maniera efficace e massiva spreca l’occasione mostrando situazioni e soluzioni che in una finzione sono perfette, ma nella realtà sono inesistenti.
Basti pensare agli innumerevoli telefilm e film che presentano il lavoro di investigazione sui computer come una sorta di panacea che risulta essere anche la nemesi di tutti i cattivi, mostrando con coloratissime animazioni in pseudo-computergrafica come in pochi passaggi si ricostruisca il volto di una persona da un fotogramma preso da una telecamera di sorveglianza in cui la persona è inquadrata a figura intera. Peccato che bastino alcuni semplici calcoli per mostrare come sia impossibile, indipendentemente dalla tecnologia impiegata. O che da un messaggio di posta elettronica si possa risalire all’effettiva identità di chi lo ha inviato, cosa che anche l’informatico più sprovveduto sa essere impossibile, e sicuramente non utilizzabile come “prova”, perché anche risalendo all’indirizzo IP del mittente, e da questo all’intestazione dell’abbonamento a Internet, non ci sono prove per dimostrare che era proprio lui al computer in quel momento, certo non esaminando il computer e basta. Ed ecco perché nei casi noti della cronaca i periti nominati dai tribunali possono dimostrare ben poco. Ma questo siamo in pochi a capirlo.

Per tutti gli altri, basta usare un sistema biometrico e si risolve il tutto.

Riferimenti ed altre letture

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27 marzo 2009: analisi di siti web compromessi presso IISFA a Roma

Il prossimo venerdì 27 marzo, dalle 14.30 alle 18.30, presso la Cassa Nazionale Forense a Roma terrò un seminario sull’analisi di siti web violati, riservato ai soli soci del capitolo italiano di IISFA (International Information Systems Forensics Association).

Ringrazio di nuovo l’Associazione e Gerardo Costabile per l’opportunità concessami.

Presenterò due casi reali, presi fra quelli su cui ho lavorato, con le tecniche e le considerazioni relative all’analisi per individuare punto d’ingresso, modalità e scopi dell’intrusione. Uno dei due casi riguarda un blog Wordpress compromesso.

Sul sito IISFA tutti i dettagli del seminario, e le informazioni per raggiungere la località. Per chi fosse interessato all’argomento, è il caso di prendere in considerazione l’iscrizione all’associazione.

Per chi partecipa, ci vediamo là.

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NTFS, file cancellati e tool di analisi (parte II)

Non potevo accontentarmi di lasciare perdere l’argomento, trattato qualche giorno fa, rimanendo con un punto interrogativo. Quindi eccomi di nuovo qui a riprendere il discorso sui file cancellati in NTFS e sui tool forensi.

Ho condotto ulteriori analisi, in particolare sulle due immagini disco generate con Windows XP ed ho scoperto cose interessanti, lavorando però di dump esadecimale.

Ho estratto il file $MFT da entrambe le immagini, ne ho fatto il dump esadecimale e li ho messi a confronto usando gvimdiff, la versione grafica del noto editor Vim nella variante per mostrare le differenze fra due file.

Il file è la Master File Table del filesystem e contiene praticamente tutte le informazioni per mettere insieme i pezzi del filesystem. La struttura è molto complessa, ma per quello che ci serve cercheremo di limitarci all’essenziale per capire come stanno le cose, a scapito dell’estremo dettaglio, che in questo specifico caso non ci interessa.

Riassumo il problema: nella directory docs sono stati cancellati due dei quattro file PDF presenti (pdf2.pdf e pdf4.pdf), e solo uno risulta presente e recuperabile (pdf2.pdf), l’altro pare svanito nel nulla. Tutti i tool forensi provati mostrano questo risultato, sia open source che commerciali.

Confrontando i dump esadecimali delle due MFT si trova il problema. La directory è un file come tutti gli altri, che in questo caso viene memorizzato all’interno della MFT stessa, nello stesso record, vista la ridotta dimensione, condizione in cui il file viene chiamato “residente”. Da qui partono i puntatori agli altri record che rappresentano i singoli file presenti nella directory. Nella MFT dell’immagine con tutti i file prima della cancellazione il record è posizionato nella entry numero 29, all’offset 0×7400 del file. I file sono invece posizionati come segue:

  • pdf1.pdf – entry 33
  • pdf2.pdf – entry 31
  • pdf3.pdf – entry 32
  • pdf4.pdf – entry 30

cosa verificabile con Autopsy nella sezione dei metadati. La struttura dati della directory è lunga 464 bytes, sempre secondo la MFT.

Nell’immagine con i file cancellati la struttura della directory è lunga solo 256 bytes, indice che è stata “accorciata”, fra poco vedremo il perché. Le entry di prima contengono:

  • pdf1.pdf – entry 33
  • pdf2.pdf (deleted) – entry 31
  • pdf3.pdf – entry 32
  • images/Thumbs.db – entry 30

andando a vedere la struttura della directory nella MFT si nota questo:


00007590:  0803 7000 6400 6600 3100 2E00 7000 6400    ..p.d.f.1...p.d.
000075A0:  6600 0000 0000 0000 2000 0000 0000 0100    f....... .......
000075B0:  6800 5200 0000 0000 1D00 0000 0000 0100    h.R.............
000075C0:  96D8 C62C C323 C901 00D0 106D 741D C901    ...,.#.....mt...
000075D0:  00D0 106D 741D C901 F03A C92C C323 C901    ...mt....:.,.#..
000075E0:  0094 0200 0000 0000 E493 0200 0000 0000    ................
000075F0:  2000 0000 0000 0000 0803 7000 6400 0800     .........p.d...
00007600:  3300 2E00 7000 6400 6600 0000 0000 0000    3...p.d.f.......
00007610:  0000 0000 0000 0000 1000 0000 0200 0000    ................
00007620:  FFFF FFFF 8279 4711 2E4F BD2C C323 C901    .....yG..O.,.#..
00007630:  0003 BA45 741D C901 0003 BA45 741D C901    ...Et......Et...
00007640:  5275 3E14 5B24 C901 009E 0200 0000 0000    Ru>.[$..........
00007650:  D99D 0200 0000 0000 2000 0000 0000 0000    ........ .......
00007660:  0803 7000 6400 6600 3400 2E00 7000 6400    ..p.d.f.4...p.d.
00007670:  6600 0000 0000 0000 0000 0000 0000 0000    f...............
00007680:  1000 0000 0200 0000 FFFF FFFF 8279 4711    .............yG.
00007690:  2E4F BD2C C323 C901 0003 BA45 741D C901    .O.,.#.....Et...
000076A0:  0003 BA45 741D C901 5275 3E14 5B24 C901    ...Et...Ru>.[$..
000076B0:  009E 0200 0000 0000 D99D 0200 0000 0000    ................
000076C0:  2000 0000 0000 0000 0803 7000 6400 6600     .........p.d.f.
000076D0:  3400 2E00 7000 6400 6600 0000 0000 0000    4...p.d.f.......
000076E0:  0000 0000 0000 0000 1000 0000 0200 0000    ................
000076F0:  FFFF FFFF 8279 4711 0000 0000 0000 0000    .....yG.........

che nella MFT prima della cancellazione è invece così:


00007590:  0803 7000 6400 6600 3100 2E00 7000 6400    ..p.d.f.1...p.d.
000075A0:  6600 0000 0000 0000 1F00 0000 0000 0100    f...............
000075B0:  6800 5200 0000 0000 1D00 0000 0000 0100    h.R.............
000075C0:  E213 C22C C323 C901 8037 4114 741D C901    ...,.#...7A.t...
000075D0:  8037 4114 741D C901 3C76 C42C C323 C901    .7A.t...<v.,.#..
000075E0:  0034 0200 0000 0000 3C33 0200 0000 0000    .4......<3......
000075F0:  2000 0000 0000 0000 0803 7000 6400 6600     .........p.d.f.
00007600:  3200 2E00 7000 6400 6600 0000 0000 0000    2...p.d.f.......
00007610:  2000 0000 0000 0100 6800 5200 0000 0000     .......h.R.....
00007620:  1D00 0000 0000 0100 96D8 C62C C323 C901    ...........,.#..
00007630:  00D0 106D 741D C901 00D0 106D 741D C901    ...mt......mt...
00007640:  F03A C92C C323 C901 0094 0200 0000 0000    .:.,.#..........
00007650:  E493 0200 0000 0000 2000 0000 0000 0000    ........ .......
00007660:  0803 7000 6400 6600 3300 2E00 7000 6400    ..p.d.f.3...p.d.
00007670:  6600 0000 0000 0000 1E00 0000 0000 0100    f...............
00007680:  6800 5200 0000 0000 1D00 0000 0000 0100    h.R.............
00007690:  2E4F BD2C C323 C901 0003 BA45 741D C901    .O.,.#.....Et...
000076A0:  0003 BA45 741D C901 E213 C22C C323 C901    ...Et......,.#..
000076B0:  009E 0200 0000 0000 D99D 0200 0000 0000    ................
000076C0:  2000 0000 0000 0000 0803 7000 6400 6600     .........p.d.f.
000076D0:  3400 2E00 7000 6400 6600 0000 0000 0000    4...p.d.f.......
000076E0:  0000 0000 0000 0000 1000 0000 0200 0000    ................
000076F0:  FFFF FFFF 8279 4711 0000 0000 0000 0000    .....yG.........

Proviamo a riassumere. La directory è stata compattata per conservare i dati di soli due file invece di quattro e nella operazione le entry dei file pdf3.pdf e pdf4.pdf vanno a soprascrivere quella del file pdf2.pdf, poi viene accorciata, perdendo le indicazioni relative al file pdf4.pdf. Tutte queste informazioni si perdono e solo andando di dump esadecimale diretto sul file $MFT si possono vedere.
La entry 30, riguardante il file pdf4.pdf viene soprascritta autonomamente da Windows: nel momento in cui sono andato dalla directory docs alla directory images è passato alla modalità “visualizzatore di immagini”, creando e scrivendo il file delle thumbnail (Thumbs.db), soprascrivendo di fatto la entry del file pdf4.pdf. Il file pdf2.pdf è recuperabile perché, anche se eliminato dalla struttura dati della directory, è ancora presente la sua entry nella MFT, mentre il file pdf4.pdf, pur se ancora presente nella entry della directory docs, non è all’interno di alcuna struttura dati valida, e la sua entry è stata soprascritta da un altro file. Ecco perché il file pdf4.pdf è “sparito”.

Insomma, alla fine niente di strano o preoccupante in sé, solo normali operazioni del filesystem e le sue decisioni autonome relative all’efficienza ed al mantenimento della coerenza interna. Se non mi fossi posto il dubbio, e non avessi operato in questo modo, non avrei mai notato le discrepanze e la “scomparsa” dei file cancellati. Lavorando solo con i tool non si ottiene “tutta la verità”. Occorre come sempre competenza ed un pizzico di scetticismo, che non guasta mai.

Quindi, a maggior ragione
Trust no one

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