Il nemico in casa
L’insider, ossia quello che attacca da dentro, che colpisce alle spalle. La traduzione è “addetto ai lavori”, quindi è uno che sa come funzionano i processi aziendali su cui va a fare danni. Quello che i manager ignorano è che spesso l’insider conosce i processi e le relazioni non scritte, quelle che non compaiono nei documenti corposi di analisi prodotti dal solito consulente per la sicurezza e la privacy.
Per carità, nessuna critica ai consulenti, è anche il mio lavoro, per cui sarebbe un autogol.
La realtà è che spesso le aziende non conoscono le proprie interiora, il proprio corpo. Non sanno che il signore che da anni lavora in quella stanzetta al terzo piano è quello che sa perfettamente come funziona e chi contattare per fare quella cosa specifica, che nella mappatura dei processi aziendali magari non compare neanche, perché è inglobata in una casella con un nome (naturalmente in inglese “burocratico”), che in realtà dice poco su quanto sia importante il lavoro svolto.
La dimensione dell’azienda conta, e conta molto. Più è grande, e più è fisiologico che succeda. D’altra parte il management cambia in fretta, difficilmente regge più di cinque anni, mentre il signore nella stanzetta sta lì magari da venti e più. Il manager ha poco tempo, ha un compito preciso, spesso ingrato, e non può umanamente conoscere tutti.
Ed il signore nella stanzetta passa pian piano nel dimenticatoio, fino a quando non salta fuori che la stanza serve a qualcun altro. O il collega più giovane e “rampante” ottiene la promozione, passando avanti al signore. Ecco creato un altro insider.
Alla faccia della risk analysis
Lo so, ho semplificato, le ragioni sono molto più complesse, e qualsiasi semplificazione o schematizzazione è pericolosissima, perché ogni caso va trattato a parte, come ogni persona è differente dalle altre. Fare altrimenti costituisce un errore di valutazione, che non può essere che fatale.
I documenti di analisi dei rischi, e delle relative contromisure, sono corposi, ben organizzati, dettagliati, ma purtroppo non possono scendere al livello di dettaglio a cui lavora l’insider.
A che ora l’impiegato che consegna la posta interna passa a ritirare le lettere, dove vengono depositate in attesa di spedizione, a che ora l’impiegata del personale stila il foglio delle assenze, le sue abitudini dell’ora del caffè, sono cose che spesso l’insider conosce da tempo, come da tempo sa quale sia il punto debole nella catena, non perché “pensi nero”, ma semplicemente sono informazioni trasformate in abitudini.
Senza parlare poi di quando l’organizzazione aziendale è carente dal punto di vista della assunzione di responsabilità. L’informatica ha molto successo in alcuni ambiti, soprattutto perché consente di scaricare la responsabilità sullo strumento. O almeno così credono molti manager. Mettiamo quel sistema di autenticazione sicuro con la smart card, con le impronte retiniche, con l’ultimo grido tecnologico, e siamo al sicuro da tutto.
E’ la stessa credulità che qualche volta deridiamo in chi va dal mago. Non esistono strumenti magici, anche se vengono venduti per tali. E’ e sarà sempre il contesto e l’essere umano a fare la differenza.
Di cosa parlo? Esistono i tesserini per le presenze, no? “Strusci” il tesserino e attesti la tua presenza in azienda. Naturalmente nessuno si sogna di crearne delle copie, prestarlo al collega, lascialo incustodito sulla scrivania. Certo che no.
Infatti la comparsa dei tesserini per le presenze ha debellato la piaga dell’assenteismo. Lo sappiamo tutti. Naturalmente, questo si accompagna al metodo “punire tutti per non educare nessuno”. Tradotto: anche quando, per un caso più che per intenzione, si individui il colpevole di una violazione o di un comportamento negligente, si preferisce lanciare in aria una manciata di sassolini, che danno fastidio a tutti ma in fondo non danneggiano nessuno, piuttosto che tirare un “sanpietrino” al colpevole, perché implicherebbe un coinvolgimento personale e l’assunzione di responsabilità da parte del manager.
Ecco. L’esempio calza a pennello.
Sistemi di Single Sign-On, log centralizzati e certificati, postazioni dotate di smartcard, crittografia forte, tutto quello che vi viene in mente e che trovate nelle raccomandazioni di chi stila le analisi di sicurezza. Metteteci proprio tutto.
Poi aggiungete il fattore umano: emozioni, situazioni, eventi, relazioni, pensieri, convinzioni, pregiudizi.
Il risultato non tarda ad arrivare. Ogni precauzione, per quanto intelligente e studiata, ha la sua nemesi. Autenticazione con smart card assolutamente sicura? L’impiegato la lascia inserita nel lettore e va alla toilette, lasciando la porta aperta. Oppure la dimentica a casa, e le prossime volte, per paura di scordarla di nuovo, la lascia inserita nel lettore.
Password sottoposte ad un rigido protocollo (del tipo: scadenza ogni tre mesi, lettere numeri e simboli, niente termini a dizionario, differente dalle ultime 4 utilizzate)? Il foglietto attaccato sul fondo del cassetto (o sotto la tastiera, o sotto il portapenne) con le sei password da usare a rotazione risolve il problema di doverle tenere a memoria e inventarne una nuova quattro volte l’anno.
La fantasia è l’unico limite, e quando si tratta di fare meno fatica la fantasia abbonda.
Poi arriva l’incidente di sicurezza. Quello serio. Che non è il virus devastante, non è l’hacker “black” di turno. No, molto meno. Qualcuno ha, a scelta:
- Cancellato dei file
- Modificato dei file
- Copiato dei file
- Svuotato un database
- Modificato un database
- Copiato un intero database
- … e via di seguito…
Parte il panico. I manager tuonano, i responsabili tremano, gli amministratori di rete e dei server sono chiamati a casa, di solito nel fine settimana, per rimettere a posto i disastri, i computer sono spenti, tolti dalla “scena del crimine” e riaccesi per fare un backup, gli impiegati interrogati, i log studiati.
Il risultato? La magia tecnologica si rivela insufficiente:
- i log non dicono nulla di utile, a parte quello che si sapeva già, ossia postazioni rimaste accese per giorni con un account utente loggato, amministratori che entrano ed escono dalle postazioni “violate”, generando rumore e cancellando molto probabilmente dati preziosi
- le postazioni sono state manipolate in più occasioni e da più persone, alterando tracce e cancellando indizi importanti
- gli operatori ammettono candidamente di fare uso promiscuo di account e credenziali “perché se il collega è in ferie non posso lavorare senza i suoi file” (i file server, questi sconosciuti)
- Sempre sulle postazioni si trova di tutto: software installato senza licenza, configurazione di sicurezza lasciata sulle impostazioni di default, quindi inesistente, dati estranei all’impiego ufficiale della postazione, per usare un eufemismo
Poi si passa al lato organizzativo, e lì si assiste alla sconfitta completa anche del semplice buonsenso. Operatori non formati ed informati sui propri diritti e doveri, amministratori che operano senza linee guida, e quando queste ci sono c’è sempre un buon motivo per fare eccezioni, naturalmente vanificandone l’efficacia. Ed è quasi impossibile far capire al responsabile di turno che lo strumento, pur sofisticato, senza indicazioni d’uso e regole precise è inutile, quando non dannoso per la mal riposta fiducia nella magia tecnologica.
Alla fin fine questo noi lo sappiamo già. Quello in cui veniamo sconfitti ogni giorno è nel far capire che lo strumento non è la soluzione. Ma anche questo lo sappiamo già. Solo che non riusciamo a trasmetterlo, e chi ha la possibilità di comunicare in maniera efficace e massiva spreca l’occasione mostrando situazioni e soluzioni che in una finzione sono perfette, ma nella realtà sono inesistenti.
Basti pensare agli innumerevoli telefilm e film che presentano il lavoro di investigazione sui computer come una sorta di panacea che risulta essere anche la nemesi di tutti i cattivi, mostrando con coloratissime animazioni in pseudo-computergrafica come in pochi passaggi si ricostruisca il volto di una persona da un fotogramma preso da una telecamera di sorveglianza in cui la persona è inquadrata a figura intera. Peccato che bastino alcuni semplici calcoli per mostrare come sia impossibile, indipendentemente dalla tecnologia impiegata. O che da un messaggio di posta elettronica si possa risalire all’effettiva identità di chi lo ha inviato, cosa che anche l’informatico più sprovveduto sa essere impossibile, e sicuramente non utilizzabile come “prova”, perché anche risalendo all’indirizzo IP del mittente, e da questo all’intestazione dell’abbonamento a Internet, non ci sono prove per dimostrare che era proprio lui al computer in quel momento, certo non esaminando il computer e basta. Ed ecco perché nei casi noti della cronaca i periti nominati dai tribunali possono dimostrare ben poco. Ma questo siamo in pochi a capirlo.
Per tutti gli altri, basta usare un sistema biometrico e si risolve il tutto.
Riferimenti ed altre letture
- Bruce Schneier – Biometrics: Uses and Abuses – un articolo del noto esperto ricercatore di sicurezza che parla dei limiti e delle trappole concettuali della biometria.
- Bruce Schneier – Thwarting an Internal Hacker – Pensieri e considerazioni su un caso reale di insider scoperto prima che potesse fare danni
- Roger Clarke – Biometric Insecurity – alcune presentazioni in PowerPoint che mostrano le ragioni che stanno alla base dell’errato uso della biometria
- Un ricercatore universitario inganna nove volte su dieci un lettore di impronte digitali usando una pasta per modellare
- Duc Nguyen – Your Face Is NOT Your Password – uno scritto presentato alla conferenza Black Hat DC 2009 che mostra come ingannare i sistemi di riconoscimento facciale introdotti da alcuni produttori nei notebook
- Un articoletto sulle regole di sicurezza (le famigerate security policy).


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#1 da denis il 11 April 2009 - 20:05
sfortunatamente quando queste argomentazioni vengono portate ai quadri dirigenti (sia di aziende private che pubbliche) si viene guardati come extraterrestri, come esaltati che vedono il pericolo informatico in ogni persona, in ogni angolo.
Non contano che il pericolo nasce da ciò che spinge la persona ad aggredire e che ogni informazione che per loro è banale, priva di importanza, per il concorrente può essere un prezioso tesoro.
Ma come, ho scritto anche sulle mie pagine, quando un consulente contatta l’azienda, gli evidenzia i problemi che chiunque può vedere dall’esterno accedendo alle loro infomazioni e si sente rispondere “lo sappiamo, va bene così, non ci interessa”, cosa gli si può obbiettare?
Nulla, se non sperare che qualcuno entri e gli canelli tutte le info accessibili.
Gli va bene che spesso siamo buoni e per indole a certe cose non siamo portati.
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