Il fatto che i creatori di malware non siano dei semplici ragazzotti con problemi di socializzazione, ma siano in realtà organizzazioni criminali con intenti precisi, dovrebbe essere ormai una cosa accettata.
Purtroppo non è così, dato che periodicamente tornano alla ribalta complotti e trame oscure che vedrebbero coinvolti produttori di tool di sicurezza e di sistemi operativi.
Questo potrebbe essere confutato abbastanza facilmente se prima di parlare ci si documentasse in materia, ma, come ben si sa, documentarsi costa fatica, sopratutto nella ricerca di fonti attendibili.
Da parte mia, per quanto può valere, le analisi che ho condotto e conduco su campioni di malware che mi capitano per le mani, sia presi da dentro computer compromessi che direttamente “alla fonte”, rivelano delle caratteristiche comuni:
- Sono eseguibili indipendenti, che non agiscono da virus propriamente detti, ossia non si “agganciano” ad un altro eseguibile modificandone il file su disco, ma vivono di vita propria.
- La tecnica di propagazione si basa esclusivamente sulla diffusione tramite circuiti frequentati da un gran numero di utenti: falsi crack o falsi installer per applicazioni distribuiti via peer to peer, link in messaggi di spam erotico o pornografico in forum, blog e mailing list, siti che distribuiscono software pirata o strumenti per copiare illegalmente software (crack, keygen e simili). Il malware stesso molto spesso non possiede strumenti per la propagazione. Fanno eccezione alcune varianti che si propagano via Instant Messenger.
- Per l’attivazione non usano particolari tecniche, non sfruttano falle o bug nel sistema operativo o nelle applicazioni. Semplicemente si aspettano di essere avviati dall’utente stesso, con metodi più o meno tutti incentrati su social engineering e inganno.
- Per potersi insediare richiedono che l’utente che li attiva abbia un account di livello amministrativo, altrimenti falliscono in parte o del tutto l’insediamento.
- Sono composti da più elementi, parte dei quali scaricati da Internet al momento dell’attivazione. Questo per mantenere le dimensioni del file contenute, e poterlo spedire senza troppi problemi attraverso qualsiasi connessione sia disponibile, dal dialup analogico alla connessione GPRS. Inoltre si può pensare che la parte che si attiva per prima sia una sorta di squadra d’assalto, che prepara il campo per il grosso delle forze d’attacco. Altro vantaggio è il poter cambiare la parte scaricata a seconda delle esigenze, lasciando identica la parte di attivazione.
- A fronte di un modesto sforzo per l’insediamento, molta energia viene spesa per renderne difficilissima la rimozione, usando tutto un campionario di tecniche di occultamento, evasione e contrasto: Alternate Data Streams, rootkit, filtri di visualizzazione, ricerca attiva e terminazione degli strumenti di sicurezza (antivirus e firewall), rimozione di permessi all’utente amministratore legittimo, blocco di applicazioni diagnostiche.
- Negli ultimi tempi è anche cambiato il comportamento al termine dell’opera di insediamento: mentre prima si avevano una serie di sintomi evidenti e fastidiosi (popup e dirottamento del browser durante la navigazione, comparsa di icone nell’area di notifica della barra delle applicazioni, traffico anomalo nella connessione a Internet, rallentamento generale del computer), molti esemplari tendono a rimanere silenti ed a operare con molta discrezione per non destare sospetti o, peggio, dopo aver compiuto la missione primaria, ad esempio collezionare informazioni dal computer compromesso, cambiano comportamento tornando ad essere fastidiosi come tutti gli altri.
Ciò rende i malware appartenenti a questa generazione estremamente pericolosi, ed il motivo sarà evidente alla fine di quanto vado a raccontarvi.
L’antefatto
Verso la fine di luglio, un impiegato di una società che ha un sito web di e-commerce riceve una mail apparentemente proveniente dal corriere espresso da cui abitualmente si servono. L’impiegato gestisce sia i rapporti col corriere sia gli aggiornamenti al sito web della società, a cui accede via FTP. Questo ha fatto sì che l’impiegato, pur con buone conoscenze di informatica, aprisse il messaggio, contenente un avviso di mancata consegna ed allegato un file compresso, al cui interno, mascherato con icona di documento di Microsoft Word, vi era un eseguibile.
E’ un attimo: l’impiegato esegue il fatidico doppio clic e dopo una pausa iniziale in cui pare non succedere nulla, a breve compaiono alcuni sintomi, molto lievi, che qualcosa non va: antivirus disattivato, blocchi di Internet Explorer, cose così.
Un intervento del tecnico preposto troverà la macchina infetta, probabilmente da una qualche variante di un malware che in quel periodo ha fatto parecchi danni, denominato TSPY_ZBOT.PF, oppure di Agent.JEN, un altro malware molto simile, ed entrambi usavano un falso messaggio a nome dello stesso corriere. Purtroppo sia l’e-mail che l’esemplare “attivato” vengono cancellati nell’operazione di bonifica, quindi non è dato conoscere l’esatta natura del malware.
Nota
Ora, ad essere completamente onesti, non abbiamo la prova certa, ossia non abbiamo potuto fare una analisi del malware, non più disponibile, per verificare in prima persona di quali funzioni era dotato, se e come abbia catturato le informazioni che hanno portato a quanto verrà esposto fra poco, ma possiamo essere ragionevolmente certi che i due episodi siano collegati per ragioni che saranno evidenti al termine.
L’incidente
Qualche giorno dopo uno dei clienti telefona piuttosto contrariato alla società, lamentando che durante la visita al sito di e-commerce ha ricevuto un attacco sotto forma della proposta di installazione di un falso antivirus. E’ il famigerato Antivirus XP 2008.
Un momento di incertezza, ma il cliente è conosciuto ed è affidabile, quindi la sua segnalazione viene presa con la dovuta considerazione. Chiamato il fornitore dello spazio web e dell’applicazione di e-commerce, da una rapida verifica risulta che gran parte dei file del sito sono stati iniettati con codice Javascript che attraverso la solita IFRAME propone la falsa scansione antivirus e l’installazione del programma Antivirus XP 2008. La stranezza, in un primo tempo non notata, è che i file iniettati sono in gran parte HTML statici, non script PHP, linguaggio in cui è fatta l’applicazione di e-commerce, e l’iniezione è ben posizionata all’intero delle pagine, mostrando che l’aggiunta del tag IFRAME non è risultato di una modifica “append”, tipica di attacchi RFI o SQL injection.
In un primo tempo la cosa passa inosservata, e viene caricata una copia pulita del sito, ripulendo tutti i segni dell’intrusione.
Passano due giorni ed arriva una nuova segnalazione, con lo stesso problema: la scansione simulata e la proposta di installazione dell’antivirus fasullo.
Altro giro di controlli, e viene sempre trovata la stessa serie di modifiche. Sui log del web server, esaminati accuratamente, visto anche che stavolta si è riusciti ad individuare un arco temporale molto ristretto, non si trova nulla di strano. A questo punto un sospetto si fa strada: un rapido controllo ai log del servizio FTP, usato per accedere allo spazio di hosting, rivela due accessi immediatamente precedenti alla segnalazione da parte dei clienti. All’esame appare evidente che il sito è stato prima copiato dall’attaccante sul proprio computer, usando username e password dell’impiegato colpito dal virus. L’indirizzo IP dell’attaccante apparteneva ad una classe di indirizzi dinamici assegnata ad un provider ADSL in un paese europeo, probabilmente una ulteriore macchina compromessa che agiva da open proxy. Poco dopo, sempre nei log, appariva l’operazione inversa, con cui l’attaccante aveva sostituito i file sul server con quelli da lui modificati. Subito prima della seconda segnalazione appariva soltanto l’arrivo dei file, segno che l’attaccante aveva conservato una copia in locale dei file modificati.
La soluzione
Stavolta sono state prima cambiate le credenziali di accesso via FTP appartenenti all’impiegato, che ha ricevuto le nuove. Il sito è stato nuovamente ripulito, ed a distanza di due mesi non ci sono state altre intrusioni, prova che il punto d’ingresso era proprio il servizio FTP, con le credenziali trafugate all’impiegato.
Considerazioni finali
Si è trattato proprio di un attacco combinato: il messaggio e-mail con lo scopo di far avviare il programma che funge da squadra d’assalto; il programma scarica ed installa altre componenti, fra le quali possiamo ipotizzare un keylogger, o magari la collezione dei file di credenziali dei programmi più noti, e li invia all’attaccante che con la successiva analisi estrae indirizzo FTP e credenziali di accesso al sito di e-commerce. L’iniezione del codice Javascript, con conseguente infezione dei visitatori del sito, e quindi una maggiore diffusione delle infezioni con l’antivirus fasullo, che, lo ricordo, aveva come scopo quello di installarsi e chiedere un codice di attivazione da ottenere con carta di credito, i cui dati sarebbero poi stati usati per fare altri acquisti da parte dell’incursore.
Come abbiamo detto in precedenza, non possiamo dimostrare con certezza quali dati il malware abbia collezionato, ed in quale modo, dai computer delle vittime del falso messaggio del corriere, ma le prove che sia stato fatto ci sono: la sequenza di eventi e le circostanze che hanno portato all’incidente di sicurezza appena esposto. Non è difficile immaginare che se l’acquisizione dei dati è fatta tramite keylogger, molte vittime si sono viste apparire strane cose nei loro account di home banking, o nei loro account di posta. Questo tipo di dati è preziosissimo per questi criminali, e l’acquisizione dei dati del conto di una persona “pulita” serve ad aprire altri conti correnti bancari a suo nome con cui fare operazioni di riciclaggio.
Non è necessario operare sul conto stesso della persona, che anzi deve rimanere il più possibile all’oscuro del furto di identità. Lo scopo non è rubare qualche centinaio di euro dal suo conto, ma di far transitare decine di migliaia di euro sull’altro conto, di cui la vittima non sa nulla, per ripulire il denaro e farne perdere le tracce, almeno il tempo necessario per sparire senza lasciare traccia.
Questa parte dell’operazione, ossia il rilascio del malware e la collezione dei dati delle persone, è solo il primo passo di una operazione molto più articolata, in cui probabilmente l’installazione del falso antivirus è solo un ulteriore passo. O può darsi che non c’entri nulla, e che sia solo un bonus concesso a chi ha creato e rilasciato il malware per tirar su qualche altro soldo.
In definitiva, in confronto a questo scenario, il presunto complotto dei produttori di antivirus che creano virus per vendere più antivirus impallidisce del tutto, per non dire che fa sorridere nella sua ingenuità.
Questo di complotto è molto più verosimile, e infinitamente più pericoloso.
Come sempre,
Trust no one


#1 da joecondo il 23 September 2008 - 10:53
Anche oggi un altro attacco
#2 da denis il 24 October 2008 - 19:03
Corbezzoli!!
Sarebbe stata bellissima come ambientazione per un forensics game.
Per la primavera 2009 lo sai che devi mettere su una rete virtuale nella quale realizzare una simile zozzeria per poi darla in pasto agli analizzatori, vero?!
good job!
#3 da Alessia il 20 November 2008 - 15:47
Ti ho detto che l’avevo letto questo post, invece devo averlo aperto e poi non letto!
Sai che potrebbe davvero essere una roba del genere?
Ora la domanda è: come lo pulisco il mio pc?
Devo formattare?