E’ capitato anche a me, qualche tempo fa. Arriva il giorno in cui ti stufi. Di brutto. Quale che sia il motivo per cui hai iniziato col blog, non ne puoi più.
Le mie ragioni sono complesse: ho iniziato, prima col sito, poi col blog, come un tentativo di farmi conoscere, una concessione al mio ego, bistrattato dalla routine e dalla quotidiana anonimia di persona assolutamente normale, di nessuno qualunque.
C’era, in misura minore, il desiderio di compensare in qualche modo tutto quello che su Internet ho imparato e trovato utile. Linux, OpenOffice, il movimento Open Source, la condivisione del sapere. Nel mio lavoro spesso riesco a togliermi d’impiccio grazie a una qualche utility scritta da uno sconosciuto come me, o grazie ad una scarna pagina web che spiega in modo semplice e chiaro concetti che non riesco proprio a digerire. Questo continuo prendere mi fa sentire in debito, parecchio. Ed allora cerco un modo di ripianarlo questo debito, cosciente che forse non potrò mai.
La ragione del blog, o del sito web. Il fatto che sia una piattaforma per blog è del tutto incidentale, è solo perché comodo da usare, sia per me che per chi mi legge. Potrebbe essere anche un sito con pagine statiche di testo, ma così è più comodo, appunto.
Insomma, ti dai da fare, perché credi in quello che fai. Scrivi, correggi, aggiusti, metti gli screenshot, non troppi perché sai che ancora molti stanno col modem a 56k.
Nella migliore delle ipotesi arrivi a sentirti come urlare nel vuoto. Come nel sottotitolo di un noto film: nello spazio nessuno può sentirti urlare.
Intorno senti il nulla. Come parlare in uno stadio, ma dietro una pesante tenda che ti nasconde la visuale. Potrebbe essere pieno, lo stadio, come non esserci nessuno. E tu intanto parli, ma non sai se c’è qualcuno che ascolta. Non puoi vedere le facce, le espressioni: sono annoiati? Ti stanno seguendo? Oppure dopo un po’ si alzano e se ne vanno?
Chi ha mai avuto una platea davanti sa di cosa parlo. Se hai un po’ di esperienza, noti subito quando li stai annoiando, o quando li stai solleticando con qualcosa che interessa. Lo vedi dalle facce, dalla postura.
Qui no. Non sai niente. Ci sono i servizi di statistiche, ma non ti dicono cosa fanno adesso i tuoi visitatori. Non ti fanno vedere le loro facce mentre leggono.
Non hai nessuna indicazione se quello che fai è apprezzato, o anche solo utile, oppure è spazio sprecato.
Poi arriva il commento. O un cenno su un altro blog. O un link da un altro sito. Il totalizzatore impazzisce: nessun commento positivo, un commento negativo, uguale -100% di gradimento. La matematica è impietosa, ma non rispecchia la realtà, fatta di approssimazioni, quantità non rappresentabili, umanamente incomprensibili. Il vizio, inteso come distorsione, tipicamente umano di voler ridurre, scomporre in fattori una realtà che ha poco di comprensibile, porta come risultato il semplificare troppo, pericolosa modellazione in un disastro: nessuno mi legge, e chi mi legge mi trova [sostituire con aggettivo impietoso].
O, molto peggio, la stroncatura di un VIP. Quello che prendi come ideale a cui tendere, e che magari ti ha ispirato per l’inizio della sfida del sito personale (o del blog, poco importa). Scrive di un tuo articolo, o di una tua esternazione, o su qualcosa che hai impiegato tempo a creare, tempo che sottrai ad altre occupazioni. Ne scrive male, entrando con gli stivali anfibi sporchi di fango sul mosaico a intarsio che stai creando con pazienza e dedizione.
In realtà non è successo nulla, magari ha espresso una opinione in modo un po’ sopra le righe, istrione, lui che può permetterselo. Oppure lo ha fatto con cattiveria studiata a tavolino, estrapolando una frase dal contesto e portandola come trofeo a dimostrazione che hai scritto un cumulo di fesserie.
Sono sistemi ampiamente utilizzati in tutti i conflitti interpersonali, da praticamente sempre. Il dileggio, la svalutazione, la parte per il tutto. Lui, il VIP, può permetterselo. Ha un pubblico consolidato, che lo segue, lo inneggia, fa il tifo per lui.
Tu sei uno sconosciuto, non hai un seguito di affezionati. Magari neanche i tuoi amici sanno che hai un sito personale. E di fronte ad un simile attacco ti senti perduto, disarmato e impotente.
Hai perso in partenza. In teoria.
In pratica non succede nulla. Frasi scritte su evanescenti flussi di bit, lacrime perse in un acquazzone.
Può succedere che prendi coraggio e abbozzi un tentativo di risposta, cercando di essere brillante, spiritoso. L’altro non ti nota neanche, o peggio minaccia tuoni e fulmini, dall’alto del suo trono fatto di Pagerank, trackback, commenti, feed.
Alla fine rinunci. Fai come la chiocciola, il mollusco, quando capisce che non c’è lotta, ti rifugi nel guscio, abbandoni il campo. Scrivi un messaggio finale, manifestando la volontà di suicidio virtuale: me ne vado, forse per sempre, forse no.
In realtà stai tentando una disperata ultima difesa: c’è qualcuno là fuori che mi legge? Si faccia sentire, mi allunghi una mano. Non lasci finire sul fondo il poco che c’è di me nel mondo virtuale. Questo significa il tuo messaggio, il tuo post come si dice in gergo da veri blogger.
In un ultimo guizzo di mal riposta dignità, chiudi i commenti al messaggio, come a dire: se mi vuoi tendere una mano, fai un po’ di sforzo, tu che mi leggi. Non limitarti ad un commento, scrivimi una mail, cerca nel sito il mio indirizzo, e dammi un segnale un po’ più personale di un commento.
Invero, lo fai anche perché, tra i tanti motivi, il tuo sito ti è venuto a schifo. Ti ripugna, come vedere un te stesso in cui non ti riconosci più.
I commenti ti costringerebbero a tornare sul sito, a guardare di nuovo quella home page che ti infastidisce, come una tua foto venuta con gli occhi chiusi, e non sai spiegarne il motivo.
Per un po’ reggi il punto, come quando hai discusso con qualcuno e sai di aver ragione a metà, però vuoi vuoi fare il sostenuto.
Qualche messaggio arriva. Non sono tanti, non ne servono. Parole di apprezzamento, stima, esortazione. Sapevi che qualcuno c’era, a leggerti, a cui piace quello che scrivi e come lo scrivi.
Non hai scampo, questo lo sapevi fin da subito. Se ti piace parlare delle tue scoperte, condividere quello che impari, i pensieri di ogni giorno, non puoi farne a meno.
Alla fine torni. Il sito è sempre al suo posto, identico a prima, però senti di avergli fatto un torto, con la tua assenza. Per rimediare dai un tocco di colore all’intestazione, scegli un diverso tipo di carattere per il testo, e finalmente correggi quel piccolo problema con il foglio di stile, insomma fai un gesto gentile, come una carezza, quasi a scusarti.
Qualcosa è cambiato, sai che dietro la tenda c’è qualcuno che aspetta proprio te.
Da ora in poi, scriverai in maniera differente, in modo sottile ed impercettibile. Lo stile sarà lo stesso, il tuo di sempre, ma sai che qualcuno ti leggerà, ed apprezzerà. Non commenterà, non ha tempo, o non ha nulla da aggiungere, forse è solo timido. Non fa niente, tu sai che c’è.
Questo fa la differenza.
Dedicato ad un amico


#1 da Scheggia di silicio il 15 May 2008 - 22:29
Muoversi in certi ambienti è pericoloso, trovi magari le graminacee a cui sei allergico e neanche gli antiemetici bastano a tenere a bada i conati di vomito.
Così la nausea ti porta via il gusto un po’ per tutto.
Ma tutto passa..e poi il gusto torna.
#2 da joecondo il 16 May 2008 - 00:05
Mario,
noi ci siamo sempre.
Mi sa che questa volta dobbiamo accorciare il tempo che intercorre tra un brontosauro e l’altro.
#3 da Nanni Bassetti il 17 May 2008 - 07:21
“Che se ne parli bene o che se ne parli male, purchè se ne parli” – O. Wilde (+ o -)
Le nostre opere online ed offline sarebbero inutili e sprecate, se fossero avvolte dall’indifferenza, ma se qualcuno di importante smuove il culo per parlar di te, vuol dire che il tuo pensiero è arrivato da qualche parte, una qualche influenza la sta avendo, diventi un bersaglio o un’icona….
Ecco che questi blog silenziosi e sempre uguali, sono come il legno invaso dalle termiti, dall’esterno sembra integro, fisso, immobile, ma nel suo interno v’è un brulicar di vita….
Le statistiche la dicono lunga sulla vita nascosta dietro quegli articoli immobili e privi di commenti, le statistiche ci indicano che le termiti ci sono e sono pure tante, non parlano, non commentano, ma esistono e hanno deciso di “vivere” nel tuo legno….questo è positivo! IMHO
#4 da Carla il 19 September 2008 - 11:04
Non ho visto la data di questo post, ma mi è piaciuto molto e l’ho letto fino in fondo senza perdere interesse. Sono capitata qua per caso facendo una ricerca su quelli che leggono e non commentano i blog. Anche io ho un blog, anzi, più di uno e li tengo per scacciare i pensieri tristi, senza nessuna ambizione di lasciare dei segni che rimangano nel tempo e nella memoria. Qualche volta mi entusiasmo e scrivo e qualche volta mi annoio e lo lascio per un po’. Penso che comunque nulla di quello che lasciamo scritto qua sul web sia inutile. Forse a qualcuno in un tempo imprecisato servirà. Un caloroso saluto.