Ieri mia moglie mi ha mostrato un appello dell’Ordine degli Psicologi, che si può leggere direttamente dal sito.

Ebbene, l’argomento è molto complesso, e come in tutte le situazioni simili in cui si scontrano potenti interessi economici e questioni non solo etiche, le discussioni in merito sono accesissime. Ma al solito, ne voglio parlare in modo assolutamente personale, tenendomi fuori dalla mischia.

Vi racconto la mia personale esperienza.

Mi piacciono molto i videogames, e posso dire di averne visto la nascita, fin dal primo racchetta e pallina. I moderni giochi sono ovviamente generazioni avanti, ma personalmente ho notato che si tende a privilegiare il realismo e la spettacolarizzazione, piuttosto che la trama o il meccanismo di gioco. In più mi sono reso conto che il livello di frenesia è diventato spossante.

Ne ho qualcuno degli ultimi, ma dopo un quarto d’ora di gioco mi riduce con le mani tremanti e le ascelle sudate. Ed ho una certa età, avendo passato la quarantina.

In più ho notato un effetto collaterale che mi ha un po’ allarmato. Quando sono preso dall’andamento del gioco divento nervoso ed intrattabile, e se vengo interrotto reagisco in modo aggressivo. Non solo: se smetto, ovviamente a metà della partita, ho un acuto desiderio di continuare. E più gioco, più sono preso dalla necessità di continuare.

Ne ho parlato un po’ con mia moglie, visto che la psiche umana è il suo mestiere, e le ho fatto una domanda precisa: cosa succede al nostro cervello in quelle situazioni?

La risposta è molto tecnica, e non è proprio il caso di riportarla per intero. Ma mentre parlavamo mi è tornato in mente un periodo della mia vita che avevo dimenticato.

Dodici anni fa facevo per necessità un altro lavoro, particolare ed emotivamente faticoso. Il mio stato d’animo era di costante attesa dell’imprevisto, e l’adrenalina sempre alta. Una condizione che qualunque esperto può senza ombra di dubbio definire “ad alto livello di stress”.

Poi cambiai lavoro, e all’improvviso la mia vita diventò infinitamente più tranquilla. Ebbene, succedeva una cosa strana: rivivevo continuamente molte delle situazioni che avevo affrontato, nella mia testa, ricordandole nei dettagli, e privilegiando le più movimentate.

Il mio battito cardiaco aumentava, rimanevo completamente immerso nel sogno ad occhi aperti, e se venivo interrotto reagivo in modo aggressivo.

Era una sorta di intossicazione da adrenalina: improvvisamente la mia vita era più tranquilla ed io generavo nella mia testa le situazioni di stress a cui ero abituato per ricreare la stessa concentrazione di adrenalina. Non era nulla di cui fossi consapevole, e ne ho piena coscienza solo ora, a 12 anni di distanza.

Ai bambini ed ai ragazzi noi propiniamo ogni giorno una dose virtuale di queste situazioni in cui lo stress è però terribilmente reale. Il cervello dei bimbi, molto malleabile e estremamente vulnerabile, è immerso in un brodo di neurotrasmettitori di tutti i tipi, in dosi altissime e per tempi prolungati.

Mi ci sono voluti dodici anni per riuscire a staccarmi da quella situazione, che ho vissuto solo per pochi mesi ad una età adulta, avevo trenta anni. Non ho certo bisogno di citare statistiche: in una normale giornata, in cui segue un programma televisivo e gioca con un videogame, un ragazzo ha esperienza di omicidi, violenze verbali e fisiche su suoi coetanei, ascolta discorsi e ne assorbe concetti come la prepotenza, la sopraffazione, l’egoismo assoluto, la svalutazione della vita, umana e non.

Virtuale, certo. Ma… che differenza c’è se il cervello reagisce chimicamente allo stesso modo, producendo gli stessi neurotrasmettitori?

Tornando al punto: il videogame in questione è stato controllato e valutato dall’autorità competente in materia in Europa, la Pan European Game Information (PEGI), che lo ha classificato come adatto ad un pubblico maggiorenne.

Ma verrà venduto in negozi e centri commerciali dove i videogame sono ammucchiati da una parte senza distinzioni e senza altro criterio se non il “genere”, e dove i ragazzi vanno da soli. Quanti adulti controlleranno l’etichetta del gioco? Quanti adulti sanno che c’è l’etichetta?
Per non parlare poi del malcostume delle copie pirata: per cui anche se il gioco non verrà venduto nei normali circuiti commerciali, probabilmente sarà disponibile su tutte le bancarelle dei mercatini.

Chi deve controllare? Chi deve educare i ragazzi ed i bambini a rifiutare coscientemente questa forma di manipolazione della loro personalità (certamente involontaria, ma devastante)?

Io ho la mia idea in proposito. Ma la tengo per me.