Finalmente...
E' stata dura, ma possiamo mettere mano al DVD (o ai CD) di installazione. Era ora!
Occorre ovviamente configurare il proprio computer per avviarsi da CD-ROM o da DVD-ROM, cosa che dovremmo aver già fatto per usare il System Rescue CD.
Se è tutto in ordine dovrebbe apparire in breve la prima immagine (Figura 35, «Via!»), che mostra il logo ufficiale di Fedora e un prompt
boot:.
A questo prompt di solito si risponde con un Invio, tranne alcuni casi particolari.
Per ovviare ad un problema noto per cui il programma di installazione seleziona il kernel sbagliato (Sezione 6.3, «Il kernel sbagliato»), solo se abbiamo un processore appartenente all'architettura i686 (Pentium II, III e IV, Centrino, Core Duo, AMD Athlon, Turion, Sempron, ecc.), occorre passare un parametro al prompt, in questo modo:
boot:linux i686
In questo modo si segnala al programma di installazione l'architettura corretta (Grazie ad Alessando Carducci per la segnalazione).
Se si premono i tasti F2, F3 o F4 si ottengono informazioni su alcuni parametri che è possibile passare al momento dell'avvio per risolvere alcuni specifici problemi. Premendo F5 si ottengono informazioni sulla modalità di rescue, indispensabile in alcuni casi. Per tornare alla prima pagina basta premere F1. Se non si preme nulla, dopo una pausa il sistema si avvia da solo come se avessimo premuto Invio.
Il fiume di messaggi che compare appena premuto Invio è del tutto normale, ed è indice della normale attività di avvio del kernel. Dopo un tempo che dipende dalla velocità del computer appare il primo pannello, che permette di fare un controllo di integrità del supporto di installazione (Figura 36, «Il controllo del supporto»). Non è ridondante rispetto al controllo appena visto, fatto sulle immagini ISO, perché se il supporto non è stato masterizzato da noi, o per qualche motivo la masterizzazione è andata male, questo è un modo per evitare di perdere altro tempo: si avvia il controllo del supporto e ci si toglie il dubbio. Se siamo confidenti che il supporto è integro possiamo saltare questo passo, selezionando il pulsante e premendo Invio.
Parte la prima fase di installazione, che cerca di rilevare automaticamente la dotazione di scheda video, mouse e monitor per avviare l'interfaccia grafica di installazione. Se tutto va a buon fine in breve tempo (al solito dipende dalla velocità del computer), si arriva alla schermata di benvenuto (Figura 37, «La schermata di benvenuto»).
Non c'è molto da dire, possiamo passare alla pagina successiva col pulsante , dove possiamo scegliere la lingua che sarà usata durante il processo di installazione (Figura 38, «Scelta della lingua»). Ovviamente sceglieremo Italiano, cosa che torna utile in seguito, dato che il supporto per la stessa lingua sarà automaticamente selezionato per le pagine di help, l'interfaccia utente ed i dizionari del correttore ortografico installati con il sistema operativo, cioè diventerà la lingua predefinita per tutto il sistema operativo.
Di seguito dobbiamo scegliere la mappa di tastiera del nostro computer, che nella maggioranza dei casi sarà italiana (Figura 39, «La mappa della tastiera»).
Nel passo successivo, il programma di installazione cerca nel disco se siano già presenti installazioni di Fedora (Figura 40, «Controllo se è una nuova installazione»). Ovviamente non ne abbiamo, altrimenti ci troveremmo su un diverso percorso di installazione, che al momento non ci interessa: nel nostro caso è una nuova installazione.
Il pannello successivo ci chiede come vogliamo procedere nel partizionamento del disco, e nella casella in alto è preselezionato “Rimuovi tutte le partizioni Linux sulle unità selezionate e crea una struttura di default”. Le opzioni disponibili sono:
Rimuovi tutte le partizioni sulle unità selezionate e crea una struttura di default. Questa scelta è pericolosissima se abbiamo un solo disco. Come suggerisce molto chiaramente la frase, elimina tutto dal disco. Visto che abbiamo fatto tutta la trafila per salvarne il contenuto non è proprio il caso.
Rimuovi tutte le partizioni Linux sulle unità selezionate e crea una struttura di default. Questa l'abbiamo appena vista, e a differenza della precedente rimuove solo le partizioni Linux. Dato che al momento non ve ne sono, non fa al caso nostro.
Utilizza lo spazio disponibile sulle unità selezionate e crea la struttura di default. Questa potrebbe andar bene per il nostro caso, ma per una ragione che vedremo fra poco non va bene per noi.
Crea una struttura personalizzata. E' quella che sceglieremo, dato che ci permette un controllo accurato su quante, quali, dove e di che dimensione saranno le partizioni che verranno create.
Perché non scegliamo un partizionamento con la struttura di default? Per due motivi: uno lo abbiamo già detto, cioè vogliamo avere il controllo completo di cosa andiamo a fare; il secondo è che per lo schema di default vengono usati i volumi logici (Logical Volumes), che pur offrendo funzioni molto interessanti, in molti casi rendono la vita difficile a chi è alle prime armi, soprattutto in caso di recupero da disastri. Quindi al momento ci limiteremo alle partizioni standard, senza introdurre altre complicazioni. Quindi dalla casella sceglieremo la voce Crea una struttura personalizzata. (Figura 41, «Scelta del metodo di partizionamento»).
Nella casella appena sotto c'è l'elenco dei dischi che vengono rilevati. Se non vediamo il nostro è indice che l'installer di Fedora non riesce a rilevarlo. Questo succede se ad esempio nel nostro computer vi è un particolare controller dei dischi, come molti controller RAID. Se la situazione è questa, è inutile andare avanti, non possiamo installare Fedora su questo computer.
Se invece è tutto in ordine come nel nostro caso, dove viene rilevato il disco
hda su cui abbiamo appena ricavato lo spazio necessario per
installare, possiamo andare al pannello successivo, che mostra Disk
Druid, il programma di partizionamento di Fedora.
Per una discussione ragionata sul numero e la dimensione delle partizioni, possiamo tornare a guardare nel capitolo precedente (Sezione 3.2, «Un solo disco e niente spazio»), e rileggere il documento Prima di installare Linux, citato in precedenza, che dedica un paragrafo alla questione spazio e partizioni.
Se abbiamo un disco nuovo appena installato, potrebbe apparire un messaggio Figura 42, «Il disco è proprio nuovo») che avverte della illeggibilità della tabella delle partizioni del nuovo disco. Se il disco è nuovo è assolutamente normale, e possiamo rispondere premendo il pulsante . Può succedere anche se il disco proviene da un altro computer su cui era installato un sistema operativo che non usa la tabella delle partizioni dello stesso tipo, per cui non viene riconosciuta dal programma di installazione. Ma è un caso piuttosto raro.
Qui occorre vedere i possibili casi singolarmente. Ne abbiamo tre: un solo disco senza la partizione di ripristino; un solo disco con la partizione di ripristino; due dischi.
In questa situazione il partizionamento non pone grandi problemi, occorre solo capire l'uso dell'interfaccia, dato che sappiamo già come dovremo partizionare il disco.
Inoltre su questo pannello possiamo pasticciare a piacere, visto che le modifiche vengono scritte solo più avanti, e possiamo fare in modo che tutte le modifiche fatte siano dimenticate.
Partiamo con la spiegazione delle varie parti (Figura 43, «Il pannello di Disk Druid»). In altro c'è un disegno che rappresenta il disco che abbiamo nel computer. Nel disegno sono rappresentate le partizioni con i loro nomi, la dimensione e il tipo. Lo spazio libero non partizionato, che abbiamo creato poco prima, è mostrato con il fondo grigio.
Subito sotto vi è una fila di tasti:
permette di creare una nuova partizione utilizzando solo lo spazio libero.
permette di cambiare alcune caratteristiche di una partizione esistente, e se possibile di mantenerne il contenuto.
serve per cancellare la partizione selezionata.
riporta la situazione a quella originale, “dimenticando” tutte le modifiche fatte.
I pulsanti e non li tratteremo: sono troppo al di fuori dagli scopi di questo manualetto.
Per creare una nuova partizione si preme appunto il pulsante , ottenendo un pannello (Figura 44, «Aggiungere una nuova partizione») che permette di scegliere:
Mount Point: in che parte del filesystem di Linux sarà usata
questa partizione. Nel menù a discesa ne
sono elencati otto, ma a noi interessano solo / e /home, che
sono rispettivamente la partizione di root e quella home.
Tipo di filesystem: quello che consiglio per Linux è
ext3, evoluzione di ext2,
praticamete da sempre utilizzato in Linux. Il supporto per questo tipo di filesystem
è totale: esistono utility per fare qualsiasi cosa venga in mente (recuperare file
cancellati, ridimensionare partizioni, ecc.). Inoltre a breve verrà rilasciata
l'evoluzione, denominata ext4, che sarà in grado di leggere
e scrivere le vecchie versioni, oltre ad essere banale l'aggiornamento alla nuova
senza perdere dati.
Gli altri tipi di partizione che ci interessano sono swap e
vfat. Il primo servirà per la partizione di swap, che ha il
suo proprio filesystem. Il secondo lo useremo soltanto se vogliamo creare la
partizione di scambio con Windows, che ovviamente sarà di tipo FAT32.
Unità disponibili: se abbiamo un solo disco, come in questo caso, questa casella sarà disabilitata e non si potrà modificare. Se si hanno più dischi, controllare che sia selezionato solo quello che ci interessa.
Dimensioni: grandezza della partizione in megabyte. Si può sia scrivere direttamente la dimensione voluta che usare i due tastini per aumentarla o diminuirla. Da notare che per definizione ogni partizione non può iniziare o finire in un punto qualsiasi del disco, per cui scrivendo un valore in questa casella, otterremo una partizione di dimensione leggermente differente, poco più grande o poco più piccola. Se succede è perfettamente normale e non è un malfunzionamento.
Nella casella Dimensioni opzionali aggiuntive le tre scelte possibili sono da intendere come:
Dimensioni stabilite: la partizione avrà la dimensione indicata nella casella Dimensioni, al netto dell'arrotondamento di cui abbiamo appena parlato.
Occupa tutto lo spazio fino a: questa opzione serve a far si che la dimensione sia al massimo quella indicata, non un byte di più.
Occupa fino alle dimensioni massime consentite: occupa tutto lo spazio libero sul disco. E' comoda quando si crea l'ultima partizione e non vogliamo perdere tempo a fare calcoli: automaticamente viene preso tutto lo spazio libero rimasto.
Di solito lasceremo selezionata la prima e solo per l'ultima partizione selezioneremo la terza, in modo da non lasciare inutilizzato neanche un byte.
Rendi la partizione primaria: serve per obbligare il programma di installazione a scegliere una partizione primaria, invece di usare un volume logico dentro la partizione estesa. Può servire con bootloader diversi da quello fornito con Linux, che spesso richiedono che il sistema operativo sia residente in una partizione primaria per funzionare. Dato che useremo il bootloader di serie in Fedora, non abbiamo di queste esigenze, quindi lasceremo questa opzione non selezionata.
Specificate tutte le caratteristiche della partizione che andiamo a creare possiamo premere il pulsante . Il pannello riporterà immediatamente le modifiche.
Se vogliamo cambiare una partizione appena creata, possiamo selezionarla ed usare il tasto , che richiama lo stesso pannello visto con . Se la partizione è stata appena creata possiamo cambiare quello che vogliamo, mentre se la partizione esiste già sono consentite solo alcune operazioni.
Se andiamo a modificare la partizione di Windows il risultato è che lo perdiamo. Questo vale anche per chi usa programmi di gestione delle partizioni per Windows, e va a spostare o cambiare il tipo di partizione da primaria a logica. Il risultato certo è che Windows non partirà più.
L'unica situazione in cui ci può tornare utile è quando sul disco esiste una partizione
FAT32, o Windows stesso è installato in una partizione di questo tipo: in questo caso,
selezionando la partizione FAT32 (indicata come vfat) e premendo
il pulsante otteniamo un pannello leggermente differente
(Figura 45, «Utilizzare una partizione esistente»): nella casella in altro possiamo scegliere in che
directory sarà disponibile la partizione FAT32, ad esempio /windows, mentre in basso dovrà per forza di cose essere
selezionata la voce Lascia invariato (conserva i dati), altrimenti il
programma di installazione formatterà questa partizione cancellandone il contenuto.
Ricapitolando, dalla situazione iniziale i passi sono:
Creazione della partizione / (o
root): punto di mount /, tipo di
filesystem ext3, dimensione quella che abbiamo
pianificato.
Creazione della partizione swap: niente punto di mount,
tipo di filesystem swap, dimensione sempre come
pianificato.
(Consigliato) Creazione della partizione
/home: punto di mount /home, tipo di filesystem
ext3, dimensione tale da riempire lo spazio rimanente.
(Opzionale) Creazione di una partizione di scambio con Windows:
punto di mount /scambio, tipo di filesystem
vfat, dimensione a piacere.
(Opzionale) In alternativa, se Windows è installato in una
partizione di tipo FAT32 (vfat), si può agganciare la
partizione di Windows al filesystem di Linux: selezionare la partizione di Windows,
premere il tasto , come punto di mount inserire
/windows e controllare che sia selezionata la
voce Lascia invariato (conserva i dati).
Alla fine di questi passi saremo pronti per passare alla fase successiva, ed avremo tutto lo spazio necessario per lavorare (Figura 46, «La situazione finale»).
La situazione che ci troviamo in questo caso è leggermente più complessa, ma le differenze
sono minime (Figura 47, «La situazione con partizione di ripristino»). Basta non toccare le tre partizioni
hda1, hda2 e
hda3, per il resto il partizionamento è come nel caso precedente.
Unica differenza è appunto il fatto che tutte le partizioni che userà Linux sono interne
alla partizione estesa hda2, e quindi numerate
hda5, hda6, ecc. (Figura 48, «La situazione dopo il partizionamento»)
La partizione hda4 non viene utilizzata.
In questo caso siamo nella situazione più favorevole: possiamo pasticciare a piacere sul disco, ovviamente se non c'è nulla sopra di importante. C'è una piccola differenza nel pannello precedente (Sezione 4.2, «Le partizioni»), dovuta al fatto che ci sono due dischi. Dato che useremo solo il secondo, dobbiamo ricordarci di controllare sempre su quale disco stiamo lavorando, per evitare problemi.
Al momento di creare le partizioni con la consueta procedura ricordiamoci di togliere la selezione dal primo disco (Figura 49, «Useremo solo il secondo disco»).
Per il resto il partizionamento non ha differenze con le altre situazioni. Alla fine avremo le partizioni che ci interessano sul secondo disco (Figura 50, «La situazione finale con due dischi»), e possiamo passare oltre.
Passando al pannello successivo troviamo la configurazione per la partenza di Fedora tramite il bootloader che, come abbiamo già visto, è un piccolo programma che viene caricato all'avvio del computer e si occupa di far partire il sistema operativo vero e proprio. Il programma di installazione di Fedora è abbastanza intelligente da selezionare automaticamente sia la posizione di installazione che l'elenco di sistemi operativi da presentare per l'avvio. I due più utilizzati sono LILO (da LInux LOader) e GRUB (da GRand Unified Bootloader). Fedora usa quest'ultimo.
Nel nostro caso, ovviamente, avremo la situazione in cui possiamo scegliere fra Windows e Fedora, per cui avremo due scelte possibili. Una curiosità: Windows verrà indicato con l'identificazione Other dal bootloader (Figura 51, «Le opzioni del bootloader»).
Nella figura è mostrato il caso con due dischi, con Linux installato sul secondo. Nel caso
di un solo disco quello che cambia sarà soltanto l'indicazione della partizione da avviare,
che invece di /dev/hdb1 potrà ad esempio essere
/dev/hda2 (Sezione 4.2.1, «Un disco, senza partizione di ripristino»), oppure
/dev/hda5 (Sezione 4.2.2, «Un disco, con partizione di ripristino»).
Questo è molto importante: se si intende togliere tutto e lasciare solo Windows, le operazioni da fare non si riducono al solo cancellare le partizioni e ricrearle per Windows. GRUB installa parte dei suoi file sulla partizione di root di Fedora: se la cancelliamo GRUB non sarà più in grado di avviarsi e non potremo avviare più niente, neanche Windows.
C'è una procedura specifica da seguire che sarà spiegata più avanti.
Ricordiamo solo di selezionare la casella del sistema operativo che vogliamo venga avviato se non scegliamo nulla. Fedora, ovviamente, selezionerà se stessa per l'avvio predefinito: se invece vogliamo partire con Windows ricordiamoci di selezionare la voce Other.
Se abbiamo già una o più distribuzioni Linux attive, possiamo saltare l'installazione di GRUB, che altrimenti potrebbe sovrascrivere la configurazione del bootloader dell'altra distribuzione. In molti casi il programma di installazione di Fedora rileva anche altre distribuzioni e le aggiunge alla configurazione di GRUB, esattamente come opera con Windows. Possiamo anche tentare questa strada, e se il programma di installazione non dovesse riconoscere l'altra distribuzione possiamo sempre tornare indietro al pannello di installazione di GRUB e decidere di non installarlo. Chiaramente poi dovremo aggiungere al bootloader dell'altra distribuzione le righe necessarie per avviare anche Fedora. Per questo occorre riferirsi alla documentazione di GRUB.
Ci sono poi delle opzioni particolari che si possono scegliere utilizzando l'apposita casella Configura le opzioni avanzate del bootloader, ma per il momento non ci riguardano. Possiamo passare al pannello successivo.
Se abbiamo una scheda di rete che viene rilevata automaticamente, apparirà il pannello di configurazione apposito (Figura 52, «configurazione delle schede di rete»). Da questo potremo configurate tutte le interfacce di rete installate sul computer, anche parte di quelle wireless.
Da questa interfaccia non sarà possibile configurare modem ADSL o analogici, né potremo configurare tutti i parametri di eventuali schede di rete wireless, sempre a patto che siano rilevate.
Se abbiamo un router ADSL, possiamo lasciare impostati i valori presentati, che indicano a Fedora di richiedere tramite protocollo DHCP i dati per la configurazione della rete, e molto probabilmente tutto funzionerà al primo colpo. Se invece siamo in una rete di computer cablata (con cavi), dovremo chiedere al gestore della rete i parametri di configurazione, ed impostarli premendo il pulsante . Ovviamente dobbiamo sapere cosa stiamo facendo, altrimenti difficilmente otterremo un qualsiasi risultato utilizzabile.
Se vogliamo assegnare un nome al nostro computer, nella sezione Hostname, selezioniamo la casella Manualmente e nella casella a fianco scriveremo il nome del computer, che ovviamente non può contenere spazi o caratteri non alfanumerici a parte il trattino.
Nel pannello successivo dobbiamo impostare il fuso orario. Se abbiamo già selezionato come lingua l'Italiano, dovremmo già trovare selezionato il corretto fuso orario (Figura 53, «L'impostazione del fuso orario»), cioè Europa/Roma.
La casella L'orologio di sistema usa UTC può essere impostato se sul computer è installato solo Linux. Se c'è anche Windows non si può fare, anche se sarebbe più corretto, perché Windows si aspetta che l'orologio interno del computer mantenga l'ora locale.
Nel pannello successivo ci viene chiesta la password più importante di tutte: quella
dell'utente onnipotente, root (Figura 54, «La password onnipotente»). Questa password è importantissima, e se viene dimenticata non
c'è modo di recuperarla. Unica cosa che si può fare è di impostarne una differente tramite
il System Rescue CD, ma perché complicarci la vita?
Deve essere lunga almeno sei caratteri e dobbiamo digitarla due volte per essere certi che sia correttamente inserita.
Una delle cose che capitano più frequentemente, è di avere impostata la tastiera errata, per
esempio inglese, e digitare nella password un trattino. O meglio quello che sulla tastiera è
disegnato come un trattino, ma per via della mappa di tastiera errata viene inserito come
una barra (questa: /). Al momento di inserire per la prima volta la password di root ne riceviamo un messaggio di password errata. Segue il
panico. Per evitare sorprese, è meglio limitarsi nell'installazione ad inserire una
password di sole lettere e numeri, poi una volta terminata l'installazione e verificato che
tutto sia in ordine, possiamo cambiare a piacere la password con quella che vogliamo.
C'è inoltre da dire che l'utente onnipotente dovrà essere usato solo
per i compiti amministrativi: installare e togliere applicazioni, cambiare configurazioni,
fare aggiornamenti. Per tutto il resto, cioè per tutta la normale attività che si svolge al
computer, l'uso dell'utente root è assolutamente
da evitare. Per questo motivo, subito dopo l'installazione ci verrà richiesto di creare
un utente standard che useremo normalmente.
Passando al pannello successivo viene prima creato l'elenco di tutto il software disponibile, poi ci viene mostrato un pannello per la scelta di cosa vogliamo installare (Figura 55, «La scelta del software»).
Normalmente è selezionata la sola voce Ufficio e produttività, ma se abbiamo spazio è molto consigliato selezionare anche la voce Sviluppo software, che installerà tutto il necessario per poter lavorare anche con software distribuito sotto forma di sorgenti da compilare. Come abbiamo già detto si può fare anche dopo, ma se lo facciamo ora sarà molto meno complicato.
Non conviene selezionare la voce Fedora Extras, se non abbiamo una connessione ad Internet veloce: il contenuto del deposito di software Extras non è sui supporti di installazione ma sui server di Fedora.
Un consiglio: è utile selezionare la voce Personalizza ora, che permette di selezionare meglio cosa viene installato, mostrando in dettaglio tutti i pacchetti di software disponibili (Figura 56, «Scegliamo il nostro software preferito»), divisi per categorie.
Teniamo conto che sono alcune migliaia di pacchetti software, e tutti sono utili per qualcosa, motivo per cui la personalizzazione non è proprio semplice da gestire per chi inizia. Ecco perché la prima volta possiamo accettare la selezione fatta dal programma di installazione di Fedora: quando avremo preso confidenza, e sapremo meglio quali sono i programmi che ci interessano di più, potremo scegliere con cognizione di causa.
Una piccola carrellata sulle principali categorie di software disponibili la facciamo comunque, partendo dai tipi di desktop grafico disponibili.
In ogni gruppo, mostrato nel riquadro a sinistra, ci sono vari gruppi principali, mostrati nel riquadro di destra, costituiti dai pacchetti che vengono installati alla selezione del gruppo e quelli opzionali, cioè non necessari per quella specifica funzione ma che aggiungono funzioni, che è possibile visionare e selezionare premendo il pulsante in basso , che si attiva solo dopo aver spuntato il gruppo corrispondente.
In altre parole, selezionando a sinistra il gruppo Sviluppo, ed a destra il gruppo Strumenti di sviluppo, nell'elenco che appare non troveremo i compilatori C e C++ semplicemente perché alla selezione del gruppo Strumenti di sviluppo vengono marcati da installare, ossia non sono opzionali per quel gruppo.
I due ambienti desktop distribuiti con Fedora sono Gnome (il cui logo è un'impronta) e KDE (la cui mascotte è un draghetto). Le funzioni principali sono equivalenti, e le differenze in gran parte di tipo filosofico. Gnome è quello preferito per Fedora, e pare che dalla versione Core 7 KDE non sarà più distribuito con i supporti di installazione, anche se rimarrà installabile via Internet e continuerà ad essere supportato.
Dal punto di vista funzionale sono equivalenti, e in ogni caso lo sviluppo prosegue per entrambi a ritmi sostenuti, quindi la scelta è assolutamente di tipo personale. Fra l'altro possono essere installati ed usati contemporaneamente e le applicazioni funzionano indifferentemente su tutti e due.
Vi sono inoltre altri ambienti desktop per computer con poche risorse: XFCE e FluxBox. XFCE è poco avido di risorse e abbastanza facile da usare, mentre FluxBox è più complesso, anche se ancora meno pesante. Questi due ambienti sono disponibili solo per l'installazione da Internet dal deposito Fedora Extras.
Anche per questi due desktop vale il discorso sulla funzionalità delle applicazioni: tutte funzionano dappertutto. Quello che si perde è l'integrazione fra le applicazioni, come ad esempio il drag&drop.
Per il resto è una questione di gusti personali e di risorse disponibili.
Sotto la voce Applicazioni troviamo queste categorie:
Audio e video: ascoltare musica, guardare video, convertire CD audio in file, masterizzare. In questa categoria troviamo il necessario per tutto questo. Se abbiamo una videocamera digitale, quelle con cavo Firewire, ed il nostro computer ha la relativa porta, possiamo prendere dvgrab fra le applicazioni opzionali. Nel desktop Gnome c'è già tutto il necessario per masterizzare CD audio e dati, ma se vogliamo fare qualcosa di un po' più complesso possiamo installare anche K3B, una interfaccia completa per masterizzare quasi tutto, sempre fra i pacchetti opzionali.
Authoring e publishing: in questa categoria c'è tutto il necessario per creare documenti in formato DocBook, uno standard completo e molto sofisticato per generare documenti di qualità. Tutti i documenti che sono sul mio sito sono scritti usando questo standard, anche questo che leggete. Il testo viene scritto sotto forma di file XML, con tag specifici, e da questo si possono generare in un colpo solo documenti in formato HTML, PDF, Postscript, testo semplice, con una formattazione pulita ed efficace.
Editor: comprende i noti VIM e Emacs. E' sempre installata la
versione base di VIM, e se vogliamo possiamo selezionare anche la versione grafica,
chiamata vim-X11. Questi editor sono fondamentali per chi
vuole fare programmazione, e possiedono una vastissima schiera di estensioni e di
funzioni, da far invidia a qualsiasi altro programma per scrivere. Il mio
preferito è VIM, con cui ho creato questo documento che leggete.
Giochi e divertimento: non credo ci sia bisogno di commenti.
Come sempre i giochi per Gnome funzionano anche su KDE e viceversa. Consigliato
anche il gruppo kdeedu, che contiene giochi per
imparare geometria, chimica, matematica, ecc.
Grafica: qui abbiamo il bellissimo GIMP per modificare o creare immagini di tutti i tipi, SANE per acquisire immagini da scanner, ImageMagick per manipolare immagini dalla riga di comando, oltre a tutto quello che serve per acquisire e gestire foto dalla maggior parte delle fotocamere digitali.
Internet grafico: il browser Firefox, il programma per instant messaging Gaim, ed infine Evolution, il programma di gestione completa posta elettronica, agenda, contatti, attività e tutto il resto. Possiamo aggiungere, se lo preferiamo, Thunderbird per la gestione della posta e dei newsgroup.
Internet text-based: browser, client di posta e chat che funzionano da terminale, senza grafica. Utilissimi se ci troviamo con il desktop grafico in panne.
Settori engineering e scientifico: spesso ho trovato molto
utile units che permette di fare conversioni fra le più
disparate unità di misura.
Ufficio/Produttività: la suite completa OpenOffice, il visualizzatore di documenti PDF e Postscript Evince, la gestione grafica dei progetti con Planner.
Con questo si chiude la sezione delle applicazioni. Come possiamo vedere ce n'è per tutti i gusti e per tutte le esigenze. Alcuni sembrano ridondanti, come ad esempio Thunderbird ed Evolution, ma hanno caratteristiche differenti per cui a volte conviene prendere uno piuttosto che l'altro.
Nel gruppo Sviluppo c'è tutto quello che serve per sviluppare software praticamente con tutti i linguaggi conosciuti. I gruppi fra cui scegliere sono:
Eclipse: un ambiente di sviluppo potente e flessibile, pensato per Java™, e successivamente adattato anche per il C/C++.
Librerie di sviluppo: contiene la versione -devel di tutte le librerie utilizzate. Se intendiamo sviluppare software o compilare applicazioni da sorgenti sono fondamentali.
Ruby: un linguaggio interpretato utile per creare piccole applicazioni ed utility. Non è utilizzato da Fedora in nessuna delle sue funzioni, che invece usa estensivamente Python, ma se lo conoscete e lo trovate utile, è qui.
Strumenti di sviluppo: la suite completa di compilatori GNU, debugger, utility, interpreti, profiler, insomma tutto quello che serve per gli sviluppatori degni di questo nome.
Sviluppo Java: una collezione immensa di librerie per Java, pronte per l'uso.
Sviluppo del software per X: tutto il necessario per sviluppare applicazioni native per Xorg, il motore grafico di Fedora. Comprende anche Mesa, l'implementazione open source di OpenGL™.
Sviluppo del software antiquato: precedenti versioni di librerie che tornano utili se dobbiamo compilare ed utilizzare applicazioni che le richiedono.
Sviluppo del software di Gnome e Sviluppo software KDE: le librerie e le utility di supporto per creare applicazioni per i due desktop.
Ovviamente l'installazione di questo gruppo di software non aggiunge nulla alle applicazioni già presenti, se non alcune utility di supporto per lo sviluppo. Quindi se non intendiamo sviluppare alcunché, né prevediamo di compilare applicazioni da sorgenti, possiamo omettere del tutto il gruppo Sviluppo, che è piuttosto pesante in termini di spazio occupato.
Il gruppo Servers contiene tutti i tipi principali di server che possono essere utilizzati in una azienda. Andiamo a vedere l'elenco in dettaglio:
Database MySQL e Database PostgreSQL: sono i due database server più noti ed utilizzati nel mondo Linux. La selezione standard include solo i pacchetti di uso più comune: se abbiamo bisogno di pacchetti particolari conviene guardare fra quelli opzionali.
File server Windows: con questo installiamo il server Samba, per condividere file e stampanti presenti sul computer Linux con altri computer in cui è installato Windows. Se vogliamo invece accedere a file e stampanti condivisi da computer Windows non ne abbiamo bisogno.
Server FTP: il server usato è vsFTPd, noto per l'elevato livello di sicurezza che offre. Se abbiamo necessità di offrire un servizio FTP, questo è il server che fa per noi.
Server Mail: tutto il necessario per creare un server di posta con tutti gli optional, compreso l'antispam e l'accesso IMAP.
Server Web: anche qui c'è tutto quello che serve per creare siti web, con tanto di pagine dinamiche in PHP e JSP ed accesso ai database.
Server dei nomi DNS: non è certo un servizio tipicamente utilizzato nei computer di casa, ma può ad esempio essere configurato come cache per i DNS del nostro provider ed avere risposte più rapide durante la navigazione.
Server di rete: se abbiamo necessità di un server DHCP, un server Radius, un server per il backup centralizzato, un server di autenticazione Kerberos o un server LDAP (se non sappiamo cosa siano probabilmente non ne abbiamo bisogno), li troviamo qui.
Server di rete antiquati: qui troviamo i server per telnet, remote login, remote shell e simili. Sono tutti servizi con un basso livello di sicurezza, e sono stati sostituiti nel tempo con protocolli e servizi molto più sicuri. Li installeremo solo se ne abbiamo effettivamente necessità.
Server news: per implementare i newsgroup. Può sembrare inutile, ma al momento lo uso per le comunicazioni interne dove lavoro.
Strumenti di configurazione del server: una raccolta di interfacce grafiche per la configurazione dei server più utilizzati. Sono molto comode, ma per fare le cose seriamente tutto quello che serve è un editor di testo.
Supporto per la stampa: per avere non solo i servizi di stampa sul proprio computer, ma anche per condividere le proprie stampanti con tutti gli altri computer, indifferentemente dal sistema operativo.
Molti di questi gruppi sono destinati ad un uso professionale, e difficilmente ne avremo bisogno, tranne se siamo sviluppatori per il Web, per cui potremo avere sul computer una replica reale dell'ambiente su cui funzioneranno le nostre applicazioni.
Se non abbiamo di queste esigenze, ci serviranno solo i servizi di stampa e la condivisione file per Windows.
In questa categoria sono elencati i gruppi di pacchetti che servono a definire l'uso primario che si farà del computer.
Base: in questo gruppo c'è il necessario per una installazione minima funzionante. E' utile se vogliamo creare un firewall o un router su un computer con poche risorse. Se selezioniamo solo questo e togliamo tutto dalle altre categorie, avremo una installazione senza grafica e senza applicazioni inutili ma perfettamente utilizzabile anche senza monitor e tastiera, mediante la connessione di rete.
Dial-up Networking Support: tutto quello che serve per connettersi ad Internet o ad altre reti aziendali tramite modem analogico o ISDN.
Java: con questo viene installato il supporto a Java™, però non quello ufficiale di SUN, ma la macchina virtuale in licenza open source di GNU, che è compatibile con quella SUN, ma non è proprio lo stesso.
Sistema X Window: con questo installiamo la base di tutti i desktop grafici. Se poi non installiamo né Gnome né KDE avremo a disposizione una interfaccia di emergenza molto semplice con solo un terminale.
Strumenti amministrativi e Strumenti di sistema: una collezione di applicazioni di supporto per la gestione e l'amministrazione del computer e del sistema operativo. Fra questi troviamo anche uno sniffer di rete (Wireshark) e uno scanner di rete (nmap).
Sviluppo del software antiquato: serve per sviluppare o compilare applicazioni che richiedono le vecchie librerie di sistema, considerate obsolete. Da installare solo se sappiamo con certezza che servono, altrimenti si possono ignorare senza problemi.
Virtualizzazione: con questo si installa il supporto completo per la virtualizzazione con Xen, cioè un sistema che permette di avere un numero qualsiasi di computer virtuali dentro un solo computer, per utilizzarli e gestirli come se fossero computer reali e distinti. Ovviamente è un software specialistico, e difficilmente ne avremo bisogno.
Normalmente in questa categoria non ci sono molte variazioni da fare, per cui quello che viene proposto è sufficiente.
L'ultima categoria, Linguaggi, comprende le localizzazioni nelle lingue e dialetti maggiormente diffusi nel mondo. Se abbiamo scelto la lingua Italiana all'inizio del processo di installazione, dovremmo avere già selezionata la giusta casella. Il supporto per l'inglese americano è sempre selezionato, dato che è la lingua base di Linux.
Si può installare il supporto per più lingue in contemporanea, senza limitazioni, ed ogni utente avrà la possibilità di scegliere la sua lingua ed avere (quasi tutto) il sistema operativo e le applicazioni perfettamente comprensibili. Per esempio le pagine di manuale per tutti i comandi disponibili vengono automaticamente installate in tutte le lingue selezionate.
Quello che non occorre, ed oltretutto è uno spreco di spazio, è di installare tutte le lingue disponibili.
Con questo termina la selezione dei pacchetti. Alla pressione del pulsante appare una barra di completamento per mostrare l'andamento del controllo delle dipendenze di tutti i pacchetti che abbiamo scelto di installare. Questa operazione dura parecchi minuti, ed è necessaria per evitare di installare applicazioni che poi non funzionano per mancanza di un altro pacchetto, magari minuscolo.
Arrivati qui, il programma di installazione ha raccolto le informazioni di cui aveva bisogno (Figura 57, «Pronti per installare»). Fino a questo punto niente è stato scritto sul disco, neanche le partizioni. Solo dopo aver premuto il pulsante il programma di installazione procede con le successive operazioni:
Creazione e formattazione delle partizioni (Figura 58, «Formattazione delle partizioni»)
Copia dei file necessari per l'installazione
Installazione e configurazione dei pacchetti (Figura 59, «Installazione dei pacchetti»)
Il tempo è molto dipendente dalla quantità di software che abbiamo scelto di installare e dalla velocità del computer. Se stiamo installando da CD, periodicamente ci verranno chiesti i supporti successivi.
Con un computer di media velocità, e con una selezione piuttosto completa di pacchetti, questa fase termina in circa mezz'ora. Nelle figure il tempo è enormemente più lungo per via della lentezza del computer usato.
Al termine dell'installazione di tutti i pacchetti viene presentato un pannello che conferma il successo dell'installazione e avverte di togliere il supporto usato per l'installazione dal lettore. Premendo il pulsante terminiamo l'installazione.
Al riavvio avremo un conto alla rovescia, mostrato da GRUB (Figura 60, «Il conto alla rovescia»), con selezionato il sistema operativo che abbiamo indicato durante l'installazione come il preferenziale all'avvio.
Se non tocchiamo nulla, dopo cinque secondi partirà il sistema operativo scelto, in questo caso Fedora. Se invece tocchiamo un tasto qualsiasi il conto alla rovescia di ferma e viene mostrato il menù con tutti i sistemi operativi disponibili per l'avvio (Figura 61, «Il menù di GRUB»). Con i tasti freccia possiamo scegliere quello voluto ed avviarlo con Invio.
Possiamo per prima cosa controllare che l'altro sistema operativo sia ancora al suo posto, selezionando la voce Other e premendo Invio. Dovrebbe immediatamente avviarsi Windows (o quello che era installato in precedenza). Ovviamente questo vale solo se si installa in coppia con un altro sistema operativo, altrimenti nel menù di GRUB vi sarà solo una voce.
Selezionato l'avvio di Fedora da GRUB, avremo una breve serie di messaggi in testo, per poi passare alla modalità grafica, con il logo di Fedora ed una barra di progresso in basso che mostra l'andamento dell'avvio (Figura 62, «L'avvio con il graphic boot»). Se per qualche motivo uno dei passi di avvio fallisce o impiega più di dieci secondi ad essere completato, automaticamente si passa alla modalità di dettaglio, che mostra i messaggi di avvio (Figura 63, «Più dettagli»).
Se il graphic boot passa alla modalità con più dettagli non
significa che ci siano necessariamente problemi. Ad esempio nel caso mostrato succede che
uno dei servizi impiega parecchio tempo per generare le chiavi crittografiche necessarie al
funzionamento. Negli avvii successivi non ce n'è più bisogno ed il servizio partirà
immediatamente. Può succedere anche se si è configurata la scheda di rete ed il cavo è
scollegato: in questo caso appare una scritta Fallito in rosso nel
messaggio di avvio della interfaccia eth0, ma non è certo un
malfunzionamento.
Per farla breve: niente panico se qualche servizio non si avvia o ci mette più tempo del necessario a partire. Al primo avvio è abbastanza normale.
Il più è fatto. Rimane da sistemare qualche dettaglio e poi possiamo passare all'uso reale di Fedora.
Appena terminato il primo avvio ci viene presentato prima un pannello di benvenuto (Figura 64, «Benvenuti in Fedora!»), poi di seguito l'immancabile accettazione della licenza d'uso (Figura 65, «La licenza di Fedora»): il fatto che Fedora sia un sistema operativo totalmente libero, gratuito e fondato sull'open source non vuol dire che non rispetti la proprietà intellettuale. Anzi, la licenza specifica chiaramente che la proprietà intellettuale del software appartiene ai rispettivi autori, e che niente e nessuno deve permettersi di abusare del lavoro degli altri.
Possiamo usarla, modificarla, distribuirla ad amici e conoscenti, installarla su mille computer, crearne distribuzioni derivate, tutto senza dover nulla a nessuno. Quello che non possiamo fare, e che è illegale in quasi tutto il mondo, è prendere uno dei software distribuiti con Fedora ed eliminare tutti i riferimenti agli autori originali, magari per venderlo come nostro prodotto. L'illegalità non sta nel venderlo, la licenza di Fedora permette anche di venderla, in teoria, ma nel togliere i nomi degli autori originali, ossia i proprietari del software. Ovviamente nessuno penserebbe di acquistare una Fedora “rimarchiata”, dato che quella originale offre molto di più...
Non ho alcuna intenzione di addentrarmi nel campo minato delle questioni legali relative alla proprietà intellettuale, ai diritti d'uso e distribuzione e tutto il resto. Per questo si sono usati letteralmente terabyte in Rete, e non mi pare il caso di aggiungerne altri. Quello che è importante sapere è che per usare questo software non dobbiamo niente a nessuno, quale che sia l'uso che ne vogliamo fare, sia pure come server per il commercio in Internet. Di contro nessuno ci deve nulla: se abbiamo un problema sono in definitiva affari nostri. Ma mi sembra anche giusto: se vogliamo il supporto per risolvere i nostri specifici problemi è corretto assumerne l'onere, anche economico.
Questo non significa che, se siamo in panne, saremo soli ed abbandonati da tutti. In Rete il materiale scritto da volontari è immenso, e spesso di ottima qualità. E se gran parte dei documenti sono scritti in inglese, negli ultimi anni la quantità di documentazione in Italiano è aumentata geometricamente. E' anche vero che molto materiale diventa rapidamente obsoleto, per via del rapidissimo svulippo di Linux e del suo contorno di applicazioni.
Per lo stesso motivo, cioè l'essere di libero uso e libera distribuzione, non vengono inclusi tutti quei software la cui distribuzione è vincolata da licenze differenti: driver proprietari, librerie per gestire formati protetti da brevetti, software che pur essendo di libero uso non sono open source. E' questa la ragione per cui in Fedora non sono compresi ad esempio software per riprodurre file audio codificati MPEG Layer III (volgarmente conosciuti come MP3), per i DVD video (in cui la protezione con cifratura, detta CSS, è protetta da brevetti e divieti, e la cui codifica in MPEG2 video è coperta da brevetto) ed i driver per alcuni modelli di schede video (anche se i produttori hanno rilasciato driver per Linux, lo hanno fatto con licenze incompatibili con quella di Fedora).
Quindi, concludendo: Fedora non costa nulla, ma di contro nulla ci è dovuto. Lo dobbiamo avere bene in mente nel momento in cui installiamo.
Il pannello successivo ci presenta una interfaccia di configurazione per il firewall interno di Linux (Figura 66, «Il firewall»). L'interfaccia è molto semplificata e permette una gestione delle funzioni di uso più comune. Le funzioni del firewall di Linux sono innumerevoli, ed al di sopra delle necessità di qualsiasi utente casalingo o in piccoli uffici. Fra l'altro, per l'architettura di Linux e dei suoi servizi di rete, un firewall è superfluo per gran parte delle applicazioni.
La configurazione predefinita ha un elevato livello di sicurezza, tenendo aperta solo la porta
per il servizio SSH (Secure Shell) e
chiudendo tutto il resto. Possiamo lasciarlo così, ma ricordiamocene quando andremo ad usare
ad esempio un software di peer to peer, che necessita una
configurazione specifica del firewall.
Personalmente, nelle mie installazioni con utilizzo desktop, il firewall lo tengo disattivato. Solo in applicazioni server, o in cui l'ambiente è critico, configuro il firewall con regole mirate, ma lo faccio da riga di comando, tramite il comando iptables. Nelle applicazioni desktop preferisco agire fermando i servizi inutili, comportamento infinitamente più sicuro che tenerli attivi e chiudere la relativa porta con il firewall.
Il pannello successivo mostra l'altra funzione di sicurezza inclusa nel kernel, creata in collaborazione con la NSA americana: il Security Enhanced Linux (Figura 67, «Security Enhanced Linux»). E' un sistema di controllo a basso livello che stabilisce quali siano i comportamenti attesi da utenti, servizi, applicazioni, insomma tutto quello che gira intorno al kernel. Ad esempio, può impedire ad un servizio che non ha bisogno di comunicare con la rete di aprire connessioni con l'esterno, situazione tipica di un servizio modificato in modo fraudolento.
SELinux ha tre livelli di sicurezza, in Fedora:
Enforced: vengono messi in atto tutti i controlli definiti nelle politiche specifiche. Per ogni componente del sistema operativo e delle applicazioni viene definito cosa può e cosa non può fare. Ogni tentativo di eseguire una operazione non permessa in modo esplicito viene bloccata, senza appello.
Permissive: in caso di violazione delle politiche viene soltanto annotato l'evento, ma non viene impedito il compiersi dell'operazione.
Disabled: SELinux è disabilitato, nessun controllo di alcun tipo viene effettuato.
Anche qui, per quanto mi riguarda, lo tengo disabilitato, o al limite su Permissive. Mi è capitato spesso che interferisca con alcune delle operazioni comuni, come ad esempio la configurazione di una scheda di rete. Quindi, consiglio di abilitarlo solo se si è perfettamente in grado di sapere cosa si sta facendo. In caso contrario potrebbe essere fonte di parecchi problemi di cui diventa difficile individuare la fonte.
In ogni caso, queste scelte sono modificabili in qualsiasi momento: possiamo usare l'apposito programma nel menù , , che ci permette di rivedere tutto quello che riguarda il firewall (Figura 68, «Le modifiche a firewall e SELinux») e le impostazioni di SELinux.
Linux può essere configurato per portare il livello di sicurezza che possiede, già molto alto, a livelli stratosferici. Ma... Linux non perdona: o sappiamo cosa stiamo facendo, oppure otterremo risultati molto diversi da quelli immaginati. Prima di fare qualsiasi cosa di cui non siamo proprio certi, dobbiamo documentarci, e documentarci a fondo. Non c'è posto per i “mi pare” o i “credo che”.
Il passo successivo è l'impostazione di data e ora. L'interfaccia è abbastanza chiara e non c'è molto da dire (Figura 69, «Data e ora»). Quello su cui conviene spendere qualche parola in più è nel pannello con il titolo Network Time Protocol (Figura 70, «Il Network Time Protocol»).
Il Network Time Protocol, o NTP, è un sistema per distribuire l'ora esatta tramite la rete. In Internet si trovano server di uso gratuito che consentono di sincronizzare l'orologio del proprio computer con quello del server, arrivando a precisioni del millesimo di secondo, o anche meglio. La connessione ad Internet deve essere permanente, altrimenti serve a poco.
Se abbiamo questa possibilità, possiamo sfruttarla senza problemi. Fedora mette a disposizione i suoi server, già configurati nel pannello, di uso gratuito. E' certamente una misura da adottare sui server, dove occorre che il tempo sia riportato con precisione.
Il servizio ha anche una caratteristica interessante per chi non ha la connessione ad Internet permanente: durante il funzionamento “in sincrono” con un server NTP tiene traccia dell'errore dell'orologio interno del computer, in modo da poter correggere, seppure in parte, l'orario riportato. Così, anche in caso di prolungata assenza di sincronizzazione, il nostro orologio non andrà mai troppo fuori fase.
In ogni caso non è un servizio necessario per un uso desktop, quindi possiamo lasciarlo disattivato.
Viene ora il momento di creare il profilo dell'utente che utilizzerà il computer. E' un
passo fondamentale, ed è la base della sicurezza in Linux. Nell'uso normale dovrà essere
impiegato questo utente, e limitare l'accesso all'utente root solo per i compiti amministrativi: aggiornamenti,
modifica di configurazioni, installazione e rimozione di applicazioni. Per tutto il resto,
l'utente standard può fare tutto quello che serve, ed usare tutto del computer, senza
limitazioni.
Quello che invece non può fare: compiere operazioni o modificare configurazioni in modo
da rendere il computer inutilizzabile; interferire con gli altri utilizzatori del computer;
interrompere servizi o applicazioni che non gli appartengono. Inoltre i vari utenti hanno
uno spazio dedicato personale, che nessuno degli altri può toccare, a parte l'utente
root che per definizione può fare qualsiasi cosa.
Con questo pannello si può creare un solo utente, successivamente, tramite l'applicazione in
, , (Figura 72, «L'amministrazione degli utenti»), si possono aggiungere e modificare
tutti gli utenti che si vogliono. Ovviamente questo compito è riservato all'utente
root, l'unico che ha accesso a questo tipo di
operazioni.
L'ultimo pannello è dedicato alla configurazione della scheda audio, se presente nel computer (Figura 73, «La scheda audio»). Se il programma di installazione è in grado di trovare la scheda audio e mostrarla qui, molto probabilmente non ci saranno problemi nel seguito. Possiamo anche provare subito premendo il tasto di play nel riquadro Prova suono. Dovremmo udire immediatamente il suono. Ricordiamoci di verificare gli eventuali controlli di volume che abbiamo nel computer: alcuni notebook hanno pulsanti o rotelline per regolare il livello, e se sono al minimo non udremo nulla anche se l'audio funziona perfettamente.
Negli ultimi modelli di notebook la scheda audio ha una doppia funzione, lavorando anche come modem analogico. Se non dovessimo sentire alcun suono, possiamo provare a controllare che nella casella in basso, Dispositivo PCM, non siano elencati più dispositivi. Se ve ne sono due, potrebbe essere selezionato il modem e non sentiremmo nulla. Proviamo a selezionare l'altro e ritentiamo con la riproduzione.
Se per qualche motivo facciamo un errore o la configurazione audio non funziona, può essere modificata successivamente chiamando dal menù , la voce , e ci troveremmo lo stesso pannello di configurazione.
Abbiamo terminato. Dopo qualche secondo appare la schermata principale di accesso (Figura 74, «Il pannello di login di Fedora»), su cui inseriremo il nome dell'utente creato poco prima (Sezione 4.14, «L'utente vero») cone la sua password. Pochi secondi di attesa e abbiamo il desktop di Fedora pronto per l'uso (Figura 75, «Il desktop di Fedora»).
Poco dopo essere entrati nel desktop, se siamo connessi ad Internet, avremo una notifica da parte del servizio aggiornamenti, che ci avverte della presenza di nuovi pacchetti rilasciati dal team di Fedora (Figura 76, «Ci sono aggiornamenti»).
Alla data in cui scrivo, fine febbraio 2007, il totale di aggiornamenti è notevole. Questo non è dovuto solo agli aggiornamenti di sicurezza, ma in gran parte ad aggiornamenti a nuove versioni delle applicazioni, con funzioni aggiuntive.
Se siamo giunti qui senza intoppi, siamo pronti per sperimentare la nostra Fedora. Un giro esplorativo nei menù è d'obbligo, ma c'è molto di più di quello che mostrano i soli menù. Ovviamente non possiamo elencare tutto, non qui, non è il nostro scopo. In Rete la documentazione è vastissima, e si applica anche quella non specifica di Fedora, per il semplice fatto che la quasi totalità delle applicazioni e funzioni di Fedora sono comuni a moltissime altre distribuzioni Linux.
Ora sta a noi: sperimentare, documentarsi, leggere leggere leggere. Non ci sono altri modi per imparare ad usare Fedora.